A PROPOSITO DI ROCK DURO, MA QUELLO DURO, VERAMENTE DURO

A PROPOSITO DI ROCK DURO, MA QUELLO DURO, VERAMENTE DURO

David ed Arnold erano due gemelli. Il primo era un duro, ma veramente un duro; il secondo era semplicemente duro, ma veramente duro.
Li avevo conosciuti a Lewes, un paesino del Sussex dove ero andata a trascorrere il mese di luglio del 1980, una sorta di vacanza-studio organizzata da una congregazione di religiosi di Pietrasanta.
La famiglia che mi ospitava possedeva una piccola casetta a schiera proprio al limitare del paese. Avevo una cameretta sul retro, minuscola, ma con una bella finestra che si apriva su un paesaggio bucolico di un bel prato verde punteggiato da mucche e cavalli che pascolavano. Il tutto, circondato da un fitto bosco.
I due gemelli erano i miei vicini di casa.

Quello che faceva il duro, David ( come David Bowie, diceva lui ), alto e scheletrico, era un punk della prima ora, e comunque il primo che vedessi dal vivo. Aveva una protuberanza di pomo d’Adamo pronunciato e spigoloso sul collo magro, le spalle strette e piuttosto scese, anche perché appesantite da un chiodo nero pieno di borchie. Ma ciò che catalizzava ogni sguardo, soprattutto il mio, di una che fino a poco tempo prima portava le trecce, era una cresta rosa fucsia ritta nel centro del cranio rasato. Assomigliava, per colore e consistenza, alla granata della mamma, pero’ era molto più lunga e più ispida. Un pennacchio fosforescente che lo faceva sembrare un pappagallo tropicale. E questo, decenni prima che quel bamboccio di El Shaarawy tentasse di emularlo.
Il fratello duro, Arnold ( come il barista tonto di Happy Days, pensavo io ), era completamente diverso. Molto più basso e tarchiato, non aveva il pomo d’Adamo, anzi, non aveva proprio il collo. Oppure non si vedeva perché teneva la grossa testa incassata nelle spalle, chissà. Aveva capelli castani unti e pieni di forfora, lo sguardo poco sveglio, indossava spesso una tuta verde oliva che sembrava un pigiama, ed il cui cavallo, abbassandosi sempre più man mano che camminava strascicando i piedi, lasciava intravedere l’elastico delle mutande. Questo, decenni prima che Calvin Klein ne facesse una moda. Arnold non parlava mai, ma ogni mattina ci piombava in casa all’ora di colazione. I padroni di casa avevano quattro figlie, dai 12 ai 17 anni, e mentre loro cicalavano allegramente bevendo il latte, ed io coraggiosamente deglutivo, anzi, tentavo di ingollare una sbobba di zuppa d’avena sognando sleppe di focaccia bisunta, la padrona di casa interrogava Arnold: “Oh, God, why are you coming in every single day, Arnie? Are you interested in one of my daughters? Karen? Or Sula? Or Charlotte, perhaps? Or little Deborah? Ma mentre Madama Doré snocciolava i nomi di tutte quante le belle figlie, Arnold sprofondava ancora di più la capoccia tra le spalle, guardava il muro, e bofonchiava: “Francesca”. Ma la “erre” la pronunciava all’inglese, una specie di “U”mezza mangiata, e “F’ncesca” fu tutto quello che udii da lui per tutto il mese. Inn compenso,  ogni giorno, Arnold non mancò di seguirmi da lontano, silenziosamente. Lo vedevo quando tornavo da scuola, oppure in un angolo della Half Moon, il prato a forma di mezzaluna dove noi ragazzi italiani andavamo a giocare nel tardo pomeriggio; perfino al mattino presto si appostava tra le mucche nel bucolico prato ed aspettava che io aprissi la finestra per rifare il letto.
Anche con David il duro, d’altronde, scambiai nel mese solo due parole. Quando mi venne presentato, mi fece solo una domanda: che tipo di musica mi piacesse. Ebbene, la mia cultura musicale, tuttora estremamente lacunosa, alla fine degli anni ’70 era vergognosamente piena di buchi, più di un colapasta, limitandosi a “Piange il telefono”, a “Montagne verdi”, alla voce flautata della mamma che imitava Mina, ed alle arie del Nabucco e della Tosca intonate con voce potente dal nonno Giovanni mentre si faceva la barba nel bagno. Quel melenso di Baglioni, a differenza delle mie amiche, non mi era mai andato giu’. Conoscevo pero’ a memoria tutte le canzoni di “Burattino senza fili”, oltre a quelle dell’LP di Grease, avevo visto la “Febbre del sabato sera”, e stavo per rispondere a tono alla granata della mamma con “Bee Gees”, quando mi sovvenni che pochi mesi prima, in gita scolastica a Modena, avevo perso completamente la voce in pullman urlando a squarciagola con i miei compagni “Ehi, teacher, leave the kids alone”, e così esclamai sicura: “The Pink Floyd.”
” The Pink Floyd? ” ribattè David con ribrezzo ” Pfui, puah. Only Rock. Hard, very hard rock.”
Quali fossero i gusti musicali di David il duro lo capii quando seppi che faceva parte di un gruppo di 4 o 5 teppistelli che si facevano chiamare ” The New Sex Pistols”. Avevano tutti la cresta, ossigenata o colorata, erano tutti magri, tutti con spalle strette e scese nei giubbotti di cuoio nero, forse perché a fare da zavorra tenevano in mano pesanti catene che continuavano a sbattere insieme per spaventare le vecchiette.
A distanza di quasi 40 anni, non mi capacito di come potessi avere paura di quei quattro imbullonati pieni di brufoli, che come me cominciavano ad annusare la vita e cercavano di mascherare le proprie insicurezze con quel chioccolare di catenacci. Ma tant’é: ero letteralmente terrorizzata, ciascuna catena, di dimensione simile a quella con cui allucchettavo il mio Ciao ai vari pali di Viareggio, all’epoca mi sembrava un catenone enorme, come quelli che servono a calare l’ancora delle corazzate. Me ne tornavo a casa nel perenne timore di incontrare i New Sex Pistols, di essere incatenata, e forse anche violentata nel bucolico prato dietro casa tra cavalli e mucche, come si vociferava fosse successo ad una ragazza pochi anni prima.
Con la mia amica Antonella, con cui condividevo un buon pezzo di strada, avevo allora escogitato un piano. Se nel centro del paese ci sentivamo relativamente al sicuro, per raggiungere il nostro quartiere dovevamo fiancheggiare un campo, un po’ sottostrada, dove ogni pomeriggio dei vecchietti vestiti di bianco giocavano a cricket o a bocce. Poi iniziava una via fiancheggiata da villette a schiera con minuscoli giardini delimitati da basse siepi. Ebbene, se rientrando a casa avessimo sentito il rumore delle catene che preannunciava l’arrivo dei Sex Pistols, senza perdere tempo a voltarsi avremmo scavalcato il muro e ci saremmo scaraventate tra le bocce dei vecchietti. O, se eravamo già nella Circle Lane, avremmo suonato il primo campanello per chieder asilo ( il mezzo miglio  che dovevo poi  fare da sola,  l’avevo sempre fatto correndo a rotta di collo ).
Ebbene, successe davvero.
Un pomeriggio, mentre eravamo quasi arrivate a casa di Antonella, sentimmo il rumore dei catenacci ed udimmo i  New Sex Pistols che cantavano quella canzone dissacratoria contro la monarchia  “God save the Queeeeenn, the fascist regiiiime…” e non perdemmo tempo: corremmo verso la prima casa ma Antonella inciampò nella siepe e cadde sdraiata sul prato. Nel fermarmi  per aiutarla,  mi dovetti voltare,  e così li vidi: erano in tre, David ed altri due dei Sex Pistols. Si erano fermati a guardarci. Restammo così: io in piedi, Antonella seduta in terra, ed i tre che sbattevano le catene ed urlavano a squarciagola ” There’s non future, no future, no future for yooouuu”!!
Le trecce bionde contro le creste viola e arancioni, le Fruit of the Loom contro i chiodi pieni di borchie, i Salesiani di Capezzano contro il rock veramente duro, la focaccia unta contro il porridge melmoso.
Ma la situazione di stallo si sbloccò quasi subito.
Da dietro una casa sbucò il duro Arnold. Il gemello David il duro lo apostrofò: “Fuck you, Queenie ” – Reginella – così lo sfottevano considerandolo una donnicciola.
E Reginella non fece discorsi: abbassò l’enorme testone, lo incassò ancora di più tra le spalle e, come un toro, come un ariete, prese la rincorsa, caricò il fratello e gli dette una forte capocciata nella pancia.
Altro che Queenie!David, contro quel Golia, fini lungo disteso come l’Antonella, quei pistola dei Sex Pistols si dileguarono con un debole tintinnio di catenine ed Arnold (come Schwarzenegger, pensavo io) mi riaccompagnò da Madama Dorè senza proferire parola.
God save the Queenie.

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