CANDIDAMENTE

CANDIDAMENTE

Nei primissimi anni’80, a cavallo della maggiore eta’, anche io, come tutte le mie amiche, avevo un idolo per cui sognare. Ma il mio non si chiamava John Travolta, o Miguel Bose’, e neppure Antonio Cabrini. Non era un attore, ne’ un cantante, o un calciatore. E non era neppure un bel ragazzo. Anzi, sicuramente non era un ragazzo, ma se fosse bello non lo so, perché di lui non credo di aver mai visto una foto; nella mia cameretta non attaccavo suoi poster, ma ritagli di giornale.

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Infatti, era un giornalista
Si chiamava Cannavo’.
Candido, Cannavo’.


Penso che la fissa me l’avesse attaccata il mio babbo, che non ha mai speso soldi per se’, ad eccezione, tutti i santi giorni, di ben 3 quotidiani: uno nazionale, uno locale, uno sportivo. Non gli piaceva la Repubblica, ne’ il Telegrafo, ne’ lo Stadio. Lui era uomo da Corriere, da Nazione, e, soprattutto, da Gazzetta.
E pretendeva di essere il primo a sfogliarla, Non ha mai sopportato di leggere i quotidiani stropicciati da qualcun altro. Come dargli torto? Il piacere di toccare per primo della carta di giornale liscia, profumata d’inchiostro e fresca di stampa e’ ineguagliabile.
Se mi capitava di leggergli dietro le spalle, con le mani rigorosamente intrecciate dietro per non essere indotta in tentazione, i nostri quattro identici occhi a scorrere con ingordigia ed in contemporanea l’articolo di fondo, lo sentivo esclamare: “Via, ‘un c’è Cristo che tenga! ..
” Come, babbo?”
” Via, ‘un c’è Palumbo, ma ‘un c’è neanche Brera che tenga! Nessuno e’ come lui, come Candido Cannavo’. ”
All’inizio mi innamorai del nome.
Non ho mai pensato a lui come a Cannavo’, o solo come a Candido. Ma sempre e comunque come a Candidocannavo’, così musicale, quasi onomatopeico, uno di quei suoni pastosi  che ti riempiono la bocca. E l’accostamento tra la bianca purezza del suo nome con il rosa del giornale, che d’acchito pareva evocare dolci melensaggini, veniva immediatamente smentito da quei neri caratteri di stampa con cui il tipografo confezionava quello stile rigoroso e limpido che esaltava lo sport puramente e semplicemente come sport, come sacrificio e costume, come rito e spettacolo, come passione e cultura.
E poi ho amato tutto, di Candidocannavo’, e grazie a lui Mennea e la Simeoni, Moser e Lewis, Alboreto e Van Basten , e Cova, e Maradona, e poi Tomba e Fiona May. E giorno dopo giorno, più leggevo insieme al babbo e non toccavo, più mi innamoravo di quest’uomo talentuoso nello scrivere, della sua strenua difesa del fair play, del suo essere imparziale fino all’esasperazione. E così ho amato anche i toni infuocati con cui condannava la Juve che sollevava la Coppa dopo l’Heysel, e quelli vigorosi contro Berlusconi ed i suoi dirigenti volgarmente antisportivi, ed infine, secoli dopo, anche quelli polemici contro l’Inter di Moratti per lo scudetto di carta post Calciopoli.E, allo stesso modo, lui tifava per tutti. Per il Milan e per la Juve, per l’Inter e per la Roma, e sperava che il campionato fosse vivace, in modo che ogni italiano avesse voglia di seguirlo.
Un po’ in questo il mio babbo gli assomiglia. A parte un perenne, antico, viscerale amore per la Lucchese dei primi anni ’50, lui ama lo sport per lo sport, e, soprattutto, il calcio per il calcio. Non soffre per nessuna squadra in particolare, lui soffre sempre, da morire, per tutte, a prescindere. Che ci sia stato Pele’ in campo o adesso i pulcini che sgambettano allenandosi davanti casa.
Ed ho amato Candidocannavo’ per il suo considerare lo sport come metafora dell’esistenza, e infine perché fu aperto a 360 gradi ad ogni buona causa, dai terremotati, alla difesa degli oppressi, dei  poveri di strada….
L’ho idealizzato io, con l’entusiasmo della gioventù, e non mi sono accorta che anche allora lo sport era già snaturato e si preparava a diventare una spaventosa macchina per fare soldi, un palcoscenico di maschere, uno spettacolo di burattini corruttibili?
Pero’,  chissà, forse, ora come allora ci sarà sempre una nazionale di ragazze altissime che ti strappa urla e sorrisi e lacrime nonostante tutto. Ci saranno “campioni fascinosi ma anche l’umile, suggestiva scoperta di una corsa sui campi”.
Ci saranno al mondo chissà quanti uomini candidi di fatto se non di nome, come il mi’babbo, capaci di emozioni pure come quelle di un bimbo, e pronti ad esclamare, di fronte ad un articolo ben scritto, ad una difficile parata, o ad una tappa vittoriosa del Tour de France:
– Viaaaa. ‘un c’è Cristo che tenga …

 

 

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