IIL CORO GOSPEL

La mia guida di New York suggeriva di recarsi ad Harlem per assistere al favoloso gospel domenicale presso l’ Abissinian Baptist Church. In loco però vengo a sapere che i turisti ad agosto non sono ammessi in chiesa. Non faccio neppure in tempo a restare delusa che un donnone di colore, straordinariamente somigliante a Whoopi Goldberg, avvolta in una enorme tunica candida, letteralmente mi trascina qualche isolato più avanti nella propria parrocchia.

Il luogo di culto e’ un enorme salone pieno di panche, con una specie di altare presieduto al centro dal predicatore, ovviamente alto e dinoccolato alla James Brown, come da cliché; alla sua destra tre tizi seduti dietro un banco che  sembrano membri della giuria della Corte Suprema; alla sinistra una pianola ed una manciata di pie donne, oltre a Whoopi che si affretta veleggiando verso il centro del coro. La chiesa è piena solo per metà di fedeli, per lo più donne, dai coloratissimi tailleur in tinta con il cappellino di paglia, la borsetta ed il rossetto, e dai numerosi braccialetti scintillanti. Il pastore sta iniziando la funzione, ma si blocca di continuo a mano a mano che la stanza si riempie di spauriti turisti, stupito da tanta devozione, senza sapere di essere la seconda scelta. La predica è intensa e coinvolgente. Il tema di oggi è la pietà verso coloro che soffrono di alcune particolari infermità,  che li costringono a stare curvi ogni giorno di ogni anno, per tutta la vita. Ai toni sempre più concitati fa seguito un ondeggiare di cappellini, un tintinnare di braccialetti, una preghiera per i vari Pinco e Pallino del quartiere,  che si ritrovano cuci a causa dell’ernia al disco o della gobba. E perché afferrassimo meglio il concetto, il reverendo ci obbliga tutti a chinarci, a muovere così qualche passo, a stringerci la mano da tale posizione. L’interazione è totale. Ma poi Whoopi inizia a cantare, e allora non ce n’è più per nessuno. Man mano che la potente voce cresce di tono, non più lei, ma anni, decenni di soul, blues, jazz, hip hop, risuonano in quello stanzone squallido, con un ritmo così coinvolgente che capisci perché la musica nera non sia seconda a nessuno. I fedeli ondeggiano battendo le mani, tutti muovono i piedi a tempo di musica. Io ho l’argento vivo addosso, dimeno il sedere, ondeggio le braccia come se dovessi spiccare il volo.  Ma, come mi accorgo che perfino mio marito, la cui solidità ed imperturbabilità farebbe vergognare una statua di marmo di Carrara, muove il bacino in maniera sospetta e tamburella le dita sulla panca, non ho più freni, accolgo l’invito del pastore e cominciò a ballettare intorno alla stanza con estranei di tutte le razze, di tutte le lingue, di tutti i colori.
Il canto e’ alla fine, il ritornello e’ un THANK YOU ripetuto da Whoopi a voce sempre più spiegata, l’ugola sempre più vibrante, l’enorme petto sempre più gonfio, il tunicone bianco sempre più svolazzante.
Il Thank you e’ sempre più concitato, i ritmi più serrati, i fedeli sono invasati, i piedi battono per terra neanche fossimo al Madison Square Garden ed io, nel pieno del frastuono, ho la netta impressione che la cantante abbia smesso di dire Thank you e, sulla scia del reverendo che ci ha fatto metter tutti a 90 gradi, stia urlando come un’ossessa “FUCK YOU”, mandandoci bellamente a quel paese.
Sono finita dritta in una trappola per turisti? È una funzione religiosa o una finzione religiosa?
Chissà. Ma che mi importa. L’assemblea ripete in continuazione Amen, i parrocchiani si abbracciano, si congratulano fra di loro, poi  vanno a stringere la mano al Pastore e sembra che abbiano visto il Paradiso…Alla fine, come è scritto sui biglietti da un dollaro… In God we trust.

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