IL TALLONE D’ACHILLE

Il programmato intervento di mio marito al tendine d’Achille, mi ha stimolato, per ovvia associazione di idee, prima ancora che a preparargli la borsa per l’Ospedale, a cercare freneticamente nella libreria la mia vecchia copia ingiallita dell’Iliade, che ora rileggo con bramosia mentre aspetto che lui esca dalla sala operatoria.
Achille morto per mano di Paride, ucciso da una freccia avvelenata che gli trafigge il tallone, unica parte vulnerabile dell’eroe, perché la madre Teti, nell’immergerlo, appena nato, nelle acque dello Stige per renderlo immortale, lo tenne proprio per il tallone che rimase asciutto e quindi indifeso.
Anche se io credo, mentre vado avanti nella lettura, che la vera debolezza di Achille, il vero “tallone”, non sia stata una parte del corpo, ma piuttosto l’affetto incondizionato e totalizzante nutrito per l’amico Patroclo, che l’aveva reso, pur nella sua furia vendicativa, ferito ed inerme di fronte all’ineluttabilità della morte.

Credo che ognuno di noi, nessuno escluso, abbia il proprio tallone d’Achille, una debolezza seria o futile, più o meno manifesta, più o meno motivata, che cerchiamo di nascondere al mondo per paura di essere trafitti dalla freccia avvelenata del giudizio altrui, della derisione.
Per qualche Presidente il tallone d ‘Achille é una stagista che anche solo mettendosi in ginocchio può provocare un impeachment e scardinare una nazione.
Per alcuni professoroni universitari é la loro cultura appiccicata con la colla, che qualche studente vispo riesce a staccare senza troppa fatica con una domanda opportuna.
Per una bella modella il tallone vulnerabile é l’ incubo perenne che qualche paparazzo impietoso palesi al mondo la cellulite sulle cosce, in genere abilmente celata dal fotoritocco.
Per tante donne forti – e, chissà, forse anche per qualche uomo,- il tallone d’Achille é un amore inconfessato o inconfessabile che toglie il sonno e scardina ogni certezza.
Per qualche capo di “successo”, per gli uomini “arrivati”, “risolti”, lo é la maleducazione e la tirannide nell’ impartire ordini, abilmente spacciata per managerialità.
Per chi è genitore, il punto debole sono i figli, oltre ad essere punto di forza.
E se Achille uso’ a propria difesa un meraviglioso scudo forgiato da Efesto con solido bronzo e stagno, oro prezioso e argento, grande e pesante ed in ogni parte adorno, noi del terzo millennio usiamo uno scudo leggerissimo, etereo, incorporeo e immateriale: si chiama web, é il mondo virtuale, che ci consente di nascondere le nostre debolezze per mostrare a tutto il pianeta il meglio di noi.
Protetti da questo velo impalpabile, scartiamo – io in primis -tante foto prima di trovare la più bella per il profilo, ci affanniamo a decantare i nostri meriti, a nascondere vizi e miserie, a far apparire vezzi i nostri difetti.
Poi, é vero, c’è sempre l’eccezione, qualche animo puro che a volte candidamente scrive su FB: ” Sono proprio un bischero”.
Come è vero, fortunatamente, che ci sono tante persone che sembra che non abbiano niente da perdere, umili, brutte, malate o oscure, per cui nessuno si mai è preso la briga di immergerle nello Stige, ma che irradiano la forza immensa che muove il mondo.
Senza arrivare a scomodare la fragilissima fortissima piccolissima grandissima Madre Teresa, il pensiero mi va ad alcune persone comuni, a quei fiori d’acciaio che ho la fortuna di incrociare quotidianamente, e con cui magari scambio qualche parola, gli Dei del mio Olimpo, e non posso fare altro che augurarmi di recepire per osmosi un po’ della loro luce radiosa, della loro genuina semplicità.
” Perché quando sono debole, é allora che sono forte”. E se lo diceva Paolo di Tarso, che quanto a conversione e trasformazione non era l’ultimo bischero, un fondamento di verità ci sarà.
L’intervento dura a lungo ed io ho finito l’Iliade.
Sono stata raggirata, in prima media. Omero non parla di nessun tallone, anzi Achille non muore neppure. Ma tutta ‘sta storia del tallone chi l’avrà inventata? Un ortopedico? E Achille sarà morto o sarà un Dio che si è reincarnato in qualche governante bellicoso?
Boh!
Intanto però la lettura del poema mi ha scatenato un’altra associazione di idee, un’altra curiosità.
Devo scoprire come mai la femmina del maiale si chiami come la città bruciata dai Danai.
Che poi è l’unico animale femmina che abbia diritto ad un nome proprio, diverso da quello dell’esemplare maschio.
Anzi, no. Ce ne è un’altra. La femmina del toro non si chiama certo tora.
Vacca. Si chiama vacca.
Troia. Vacca.
E con questo la smetto con le mie associazioni di idee.

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