IL TEOREMA DI PITAGORA

IN UN TRIANGOLO RETTANGOLO, LA SOMMA DELLE AREE DEI QUADRATI COSTRUITI SUI CATETI, E’ UGUALE ALL’AREA DEL QUADRATO COSTRUITO SULL’IPOTENUSA

 

Non furono le innumerevoli fila di peperoncini vermigli di Senise messi a seccare sulle facciate delle case. Non furono le strade serpeggianti tra le ondulazioni spoglie ma fascinose del Vulture. Non fu l’aria da Medioevo mistico che respirai a Melfi addentrandomi nel castello di Federico di Svevia. Non fu quel sorso di armonico, sapido, asciutto Aglianico che scendeva per la gola tanto elegantemente. Non fu certo la stravista Matera, così pubblicizzata e talmente piena di turisti, da non aver bisogno anche di me. Non furono le caprette che mi belavano intorno mentre mi inerpicavo verso l’innominabile paese fantasma. Non fu il riflesso dell’Abbazia di San Michele nello specchio di cristallo del Lago di Monticchio. Non fu l’Alt della pattuglia dei Carabinieri di Venosa, che iniziò con il controllo di libretto e patente e terminò con un invito a mangiare il baccalà dalla mamma.
Fu, invece, Metaponto, la causa della mia inestinguibile fame di Lucania.


Perché proprio lì, sull’ultima ondulazione degli antichi cordoni litoranei, ti trovi davanti, in mezzo alle sterpaglie, i resti del tempio di Hera, vecchi oltre 2500 anni, conosciuti come Tavole Palatine; o, anche, la Tomba di Pitagora.
Andateci. Andateci d’inverno, d’estate. Andateci se c’è il sole, ma anche se piove. Di giorno, o al chiaro di luna. Osservate la natura. Ogni scorcio racconta qualcosa, basta saper ascoltare. Camminate tra le colonne. Del resto, Pitagora non ha lasciato niente di scritto, ed insegnava la matematica passeggiando. E proprio guardandosi intorno ha capito che la matematica è il linguaggio per descrivere il mondo, inclusa la musica.
Il luogo è suggestivo come pochi.
L’unica cosa che stona nella rappresentazione del mitico Pitagora  riguarda la sua fine.
La storia tramanda che a Crotone era scoppiata una rivolta dei democratici contro la aristocratica setta pitagorica, e la sua Scuola fu data alle fiamme. I pitagorici riuscirono a fare una specie di ponte per salvare il Maestro e farlo scappare.
In fuga dai nemici, giunto a Metaponto, Pitagora, da sempre affetto da favismo, tanto da trasmettere ai suoi discepoli, insieme ai teoremi ad all’amore per la conoscenza, anche l’idiosincrasia per le fave, preferì farsi uccidere piuttosto che nascondersi  nel  vicino campo di fave che gli avrebbe garantito la salvezza.
In fondo, pero’ mi piace pensare che anche il grande, snob Pitagora, matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico, fondatore a Crotone della più importante scuola di pensiero dell’umanità, sia stato prima di tutto un Uomo, e, per la gioia di mio nipote Marco, alle prese con teoremi e corollari, e di miliardi di studenti passati, presenti e futuri, abbia concluso la sua esistenza terrena comportandosi proprio da FAVA.

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