Cara Nonna,
scusa se ti scrivo soltanto adesso, ma negli ultimi quaranta anni non ho trovato un minuto libero.
Per togliermi subito il pensiero, ti confesserò che non ho fatto alcun progresso con il ricamo, da quando inorridivi per il mio punto-erba che sembrava gramigna e mi raccomandavi di non prendere nella trama più di due fili per volta… io ne prendevo quattro per finire prima ed anche se tentavo di corromperti mercanteggiando su tre, tu scuotevi la testa inflessibile e sospiravi: “Sarai il chiodo della mia bara..”
Ho smesso anche subito di farmi l’ultimo risciacquo ai capelli con acqua e aceto, da quando la mia vicina sulla panca il giorno della Cresima esaminò con aria critica il vestitino verde che mi avevi cucito, mi annusò e sentenziò che sembravo un cesto di insalata… Oggi si usa il balsamo, che, forse non lo sai, ma è una poltiglia appiccicosa che ti illude per un giorno di avere capelli serici, ma dopo quarantotto ore ti da’ l’impressione di averli infilati in un coppo d’olio.
E ti confesserò, infine, di pregare molto meno, e comunque non sono mai più risalita, nelle mie giaculatorie, indietro fino alla settima generazione, ne’ ho più acceso candele per impetrare grazie per combattere i mali del mondo, visto che tutti quei rosari che mi facevi recitare per la liberazione di Aldo Moro non hanno sortito alcun effetto.


Per il resto, non sono cambiata granché, continuo a camminare sempre dritta ed a testa alta come se avessi una pila di libri sul capo, con la differenza che devo farlo tenendomi in equilibrio sui tacchi e nella vita.
Ti ringrazio inoltre per “Uccelli di Rovo”, che mi hai fatto regalare postumo dalla zia Giulietta, ti sarebbe piaciuto tantissimo, lo so, leggevamo gli stessi libri; mi ha aiutato molto ad accettare la tua partenza, così come ho trovato conforto, in quel brutto Novembre del ’79, in una canzone che continuo a canticchiare da quaranta anni. Si intitola “Another brik in the wall”, e non ci crederai, nonna, ma dopo dieci anni esatti il muro, a Berlino, l’hanno abbattuto davvero, al culmine di un decennio iniziato con un vento da Oriente chiamato Perestrojka, che ci ha portato, tra l’altro, il volto rotondo ed onesto di un polacco, Lech Walesa, che mi ricordava il Papa, quel Pontefice che hai conosciuto per troppo poco tempo, ma che avrebbe sostituito, o almeno affiancato, la foto di Papa Giovanni che tenevi sul mobile in salotto. Noi italiani, come sempre, l’abbiamo sentita da buoni ultimi quella brezza dell’Est, come pure Tien Anmen, e Reagan e la Tachter, sconvolti come eravamo dalla tragedia di Ustica, dalla strage di Bologna, e da tutti i nostri guai, ma anche impegnati a cucire spalline imbottite sotto le maglie e a brindare a una storica vittoria ai Mondiali di calcio scansando il vino al metanolo.
La geografia, quella sì, che e’ cambiata. La Russia e la Jugoslavia si sono divise in così tante nazioni che noi due non riusciremmo più ad impararne a memoria tutte le capitali. Io, comunque, ho continuato a mangiare con appetito per tutti questi anni, di tutto e di più, infischiandomene della mucca pazza, della diossina, dell’aviaria, e così, in un batter d’occhio gli anni mi sono scivolati tra le dita ed e’ finito il secolo. Ero molto curiosa di sapere se avremmo passato indenni il millennio o se Nostradamus ed il Millenium Bug avrebbero avuto la meglio.. Non è successo niente, o almeno così credo, perché esattamente allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre del 1999, con perfetto tempismo, io ero a gambe all’aria all’ospedale a farmi raschiare via ancora una volta un bocciòlo di cellule che no, non ne voleva sapere di andare avanti, mentre cercavo di capire se quel lago di sangue, quella ricorrente incapacità di procreare, quel lato oscuro, quel mistero, era e sarebbe sempre stata la mia personale Dark Side Of the Moon.
Ma ti sto a citar canzoni di cui non puoi avere idea, il tuo rapporto con la musica per me era solo l’espressione dolce che assumevi quando il nonno intonava “Un bel di’ vedrem.” Anzi, no. Una volta hai mollato all’improvviso ago e ditale, ti sei allontanata dalla macchina da cucire ed hai accennato qualche passo di danza cantando:
” Lola, cosa impari a scuola,
manco una parola
sa di di Charleston…
Lola, sai non è una fola,
dopo la Spagnola,
venne il Charleston… ”
E nel ballo hai alzato il grembiule e la gonna, una di quelle tue gonne con l’orlo incredibilmente chic, appena sotto il ginocchio, e per un attimo fugace sono apparse dalle trine della sottoveste due cosce così tornite e belle, che ho capito a chi assomigliavano la mamma e le altre tue figlie.
Questo nuovo secolo, nonna, sta volando. Un battito di ciglia e mi sembra che siano passati dieci anni.
E le Torri Gemelle, e l’Euro, e i talebani, e lo tzunami, e l’Isis, e non sai pu’ a che Santo votarti.
In Italia siamo sempre lì, tra governi che crollano per pochezza dei governanti (ma a quello c’eri già abituata) e case che crollano sono i terremoti, tra vite umane perse sottoterra e altre che arrivano dal mare. Quando arrivano.
E in America a un Presidente scuro, magro e distinto ne e’ succeduto uno giallo e flaccido che vuole costruire muri dove non dovrebbe, e così tutto ricomincia da dove eravamo partiti… Allora io continuerò a cantare a squarciagola “Another brik in the wall”, ma anche “I wish you were here” nonna, e forse se tu fossi qui mi daresti una pacca sul sedere (dove mi continua ad andare tutto quel che mangio), ed e’ l’unica forma di contatto fisico che io ricordi, da te così avara di effusioni esteriori, e converresti con me che la vita è tutta un barcamenarsi.
Adesso chiudo questa lunga lettera, devo ancora ricopiarla in bella, ma la bella non è più un foglio di spessa carta da lettere color crema, bensì un aggeggio, nonna, a metà tra un televisore ed una macchina da scrivere, che si chiama computer.
Ma questa e’ un’altra storia…
Magari tra una quarantina d’anni te la scrivo nonna, a meno che non ci si incontri prima, cosa altamente probabile, ma per quanto mi riguarda, non ti offendere, per niente auspicabile.
Con affetto.

P.S. Una peperonata buona come la tua non l’ho più rimangiata.

P.S. La regina Elisabetta è sempre lì dove l’hai lasciata.

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