LO SCATOLONE DI SABBIA

Alla luce della  attuale triangolazione Conte- Di Maio- Salvini  sulla sorte dei profughi imbarcati sul Sea Watch e del migrante che si è buttato in mare urlando “Mai più in Libia”, ripropongo post vecchio di quasi tre anni, ma che ritengo ancora attuale.

LO SCATOLONE DI SABBIA

” Con la missione Ippocrate l’Italia è la prima nazione europea a sbarcare ufficialmente in Libia” ( cit.)
L’intento e’ di aprire un ospedale militare per curare i soldati libici – anche se, secondo i grillini, Ippocrate è una vera e propria operazione militare mascherata da atto umanitario.

Ho avuto il privilegio, dopo mille peripezie ed una falsa partenza, di ottenere un visto turistico per la Libia poco prima che crollasse il regime di Gheddafi. Per motivi, ritengo, esclusivamente politici, il paese non è mai stato sviluppato turisticamente, sebbene possa vantare una costa adattissima a vacanze di mare e siti archeologici di epoca romana senza uguali in tutta l’area mediterranea.


Con il visto ci venne richiesta la presa visione e la sottoscrizione di una nota in cui ci impegnavamo alla pazienza, al senso dell’abbandono, dell’affidarsi, all’accettazione di un approssimativo livello culturale delle guide locali, della mancanza di comunicazione con il mondo, e garantivamo un livello di adattabilità elevato. Se non eravamo disposti a firmare, che rivolgessimo pure la nostra scelta verso quei rassicuranti paesi dove si celebrano i riti festosi del turismo di massa. In cambio il depliant dell’agenzia ci prometteva un tuffo un in mondo poco conosciuto ma straordinariamente genuino ed autentico, e un’ esplosione di colori, mare, dune, palme, tramonti di fuoco, polvere di stelle, vento che sussurra nell’anima.
Eppure nessuna iperbole fu sufficiente a descrivere quello che provai quando mi trovai davanti, lambite dalle acque turchesi, le città romane di Sabratha e di Leptis Magna, conservate per secoli sotto la sabbia dorata, oppure un tuareg avvolto nel suo turbante blu che passeggiava su un crinale di una duna infuocata dal tramonto. In quel momenti quasi abbassi lo sguardo, come se gli occhi non ce la facessero a sostenere tanta magnificenza.

Dopo, il Califfato.
Che fine ha fatto Leptis Magna? L’Unesco non ha mai avuto risposte. Tutto ciò che si sa è che i siti preislamici sono stati distrutti perché blasfemi.
E Tripoli? Nell’anarchia e nel caos più assoluti. L’albergo dove alloggiavamo in città, l’unico degno di questo nome in tutta la nazione, il Corinthia Baab Africa, è stato uno dei primi luoghi ad essere bombardati, ricordo le immagini del TG, tanto fumo nero a lordare la ” bianca sposa del mediterraneo”.
Il profondo sud, al confine con il Ciad, terra di berberi dallo sguardo di velluto e dai movimenti irraggiungibilmente sexi, adesso è terreno fertile dei tagliagole che a colpi di acido e solventi hanno distrutto le pitture neolitiche del deserto di Akakus.

E comunque, la distruzione dei reperti, dei graffiti, dei monumenti e degli alberghi, non conta un piffero rispetto alla strage umana in corso dal 2011.
Penso a Piano e Failla, i due tecnici italiani uccisi proprio a Sabratha.
Penso alle migliaia di persone che hanno perso la vita solo perché nate nel paese sbagliato.
Penso alla fine che avranno fatto quegli amabili vecchi di origine italiana che mi fermavano per scambiare due parole per le strade di Tripoli e mi trasmettevano un senso di profonda serenità.
Ma penso, ancor di più, alle migliaia di persone che percorrono migliaia di km per raggiungere la Libia ed imbarcarsi per l’Italia, seviziate e torturate ad ogni cambio di frontiera per poter sdoganare.

La Libia è dietro l’angolo, e fa parte della nostra storia. La Libia è casa, anche se non lo vogliamo sentire.
E la guerra, nonostante i titoli degli ultimi giorni, non è finita.
Dopo Gheddafi, dopo l’Isis, la guerra la fa chi comanda attualmente in Libia, i commercianti di uomini che buttano a mare quei disperati che attraversano mezza Africa in cerca della sopravvivenza.

E pensare che duemila anni fa i Romani l’avevano già capito, se disseminarono la costa ed il deserto di avvertimenti: “Hic sunt leones”.
Qui è pieno di bestie feroci.

 

 

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