L’INCREDIBILE HULK

LESSON FOUR

L’INCREDIBILE HULK

Il mio filosofo personale non si e più presentato in palestra. Ne’, tantomeno, la moglie. Saranno influenzati? Che sia stata io a farli fuggire? Festeggeranno San Valentino, anche se non mi sembrano i tipi?

Chissà.

Ma intanto io mi annoio sul tapisroulant senza diversivi, e non so come ingannare il tempo mentre svolgo un tipo di attività fisica  che, sia detto senza mezzi termini, farà anche bene alla salute e come tale me la sono imposta, ma mi fa letteralmente schifo.

La mia attenzione viene così catturata dalle esibizioni di un individuo  che, di schiena davanti  a me – una schiena che e’ un perfetto trapezio con il lato più lungo in alto – sta sollevando enormi pesi ammirandosi allo specchio.

Indossa dei calzoncini bianchi da boxeur ed una maglietta di un verde accecante che sembra quella dei giocatori dell’Avellino. Dall’orlo degli indumenti spuntano delle braccia rocciose e delle gambe inverosimilmente muscolose. Il cranio è completamente calvo e lucido. Gli arti sono coperti di tatuaggi colorati che ondeggiano al guizzare dei muscoli. Per quel che posso vedere, abbondano foglie di edera che sbucano rigogliose dalle maniche e dalle brache. Chissà se nel busto e sulle natiche è inciso l’albero della vita.

Boia, ma che uomo ingombrante! Meno male che non l’ho sposato io! Me lo sarei ritrovato sempre tra i piedi ad impicciarmi per casa senza sapere dove collocarlo, a meno di rinunciare alla mia vetrina di mogano vittoriana piena di cristalli e porcellane, che, ad occhio e croce, mi pare di uguale stazza.

E poi come farà la fidanzata a stringerlo a sé?   A meno che la sua donna non sia quella là che fa stretching per allungare le braccia, dovrà abbracciarlo a rate, un pezzo al giorno. Il lunedì il fianco destro, il martedì quello sinistro. Oppure non gli abbraccia il petto ma si accontenta di un avambraccio o di una coscia.

E qui la mia mente, non so se perché salta sempre di palo in frasca come un cavallo imbizzarrito creando improbabili associazioni di idee, o se  perché questo Maciste assomiglia ad un grosso albero, ma  corre  a quando, nel cuore dell’Africa Nera, provai ad abbracciare un baobab.

Durante un’escursione in canoa in un laghetto paludoso pieno di mangrovie, decisi di addentrarmi nella giungla con alcuni membri della mia comitiva, per fotografare la vegetazione equatoriale.  La guida locale ci mostrò un baobab che era caduto, ed il cui tronco disteso sbarrava la strada e la visuale come se fosse un muro impenetrabile.  Ma la vita non si era fermata, perché da esso continuavano a proliferare tante ramificazioni laterali, anche esse enormi.

Secondo una leggenda Masai, chi esprime un desiderio mentre abbraccia un baobab, avrà tante più probabilità di vederlo avverato  quanta più parte di tronco riuscirà a cingere.

Non me lo feci ripetere due volte. A distanza di oltre dieci anni, rivedo le facce dei due ragazzi che mi aiutarono ad arrampicarmi.sul tronco sdraiato per raggiungere uno dei suoi rami. Ed io, incoscientemente, così come ero scesa dalla barca, in bikini, mi spiaccicai il più possibile contro la corteccia e strinsi l’albero nell’abbraccio più forte, più caloroso, più ricco di trasporto e di emozione della mia vita. Mio marito, schifato e vestito di tutto punto per evitare il contatto anche della più piccola zanzara, era evidentemente privo di desideri perché non mi seguì.

Non ricordo se il mio desiderio si realizzò, anzi, non ricordo nemmeno più che cosa espressi. Quello che non ho dimenticato è che una settimanetta  dopo il rientro in Italia, la notte della Vigilia di Natale, mi svegliai di soprassalto con la gola chiusa, un senso di soffocamento opprimente, ed un’enorme escrescenza violacea fiorita in corrispondenza della glottide.

Un consulto immediato ed urgente con il mio medico, che riferì di non aver mai visto un tale bubbone con tale sintomatologia in tutta la sua carriera, portò alla seguente diagnosi: malattia sconosciuta in Italia, probabilmente  infezione causata da un insetto, un uccello, un serpente o altra bestia equatoriale, annidata nel tronco del baobab, che aveva verosimilmente  gradito poco le mie effusioni e ricambiato i miei abbracci con dei morsi.

Per mia fortuna, riuscii a cavarmela  con massicce dosi di cortisone ed evitai di passare le Feste  al Dipartimento  Malattie Tropicali dell’Ospedale di Pisa.

Intanto, tra Vertical Row, Chest Press, Abductor e addominali la mia ora è trascorsa e posso andarmi a cuocere una cofana di pasta per recuperare le calorie perdute.

Il culturista sta andandosene, sudato marcio, il fiato corto,  l’asciugamano intorno al collo; mi passa accanto dandomi un’occhiata distratta, e non immagina neppure lontanamente di avere di fronte una CulTurista par suo: e cioè una Turista che per una incredibile botta di Culo riuscì a salvarsi da  morte certa per amore. Di un albero.

… TO BE CONTINUED…

 

 

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