COME UNA FAVOLA

COME UNA FAVOLA

Già indossare la maschera è stato parte essenziale della festa. In un boudoir tappezzato di rosa, una schiera di costumiste affaccendate con gli spilli in bocca mi gira intorno stratificando sfilze di indumenti sopra il mio corpo. Come un imbianchino che rinnova una facciata ed intonaca, sciarba, stende il velo, passa una prima mano di pittura, poi una seconda, ed infine fa due passi indietro per ammirare l’opera, così io vengo prima aiutata ad infilare il “panier”una struttura di vimini e tulle che mi stringe la vita e mi allarga i fianchi alla moda del ‘700, poi una gonna rosa antico, ed infine un pesante abito di damasco i cui pannelli si allargano ai lati, dal corsetto chiuso dietro da un’infinità di lacci che due donne si affannano a stringere fino a farmi mancare il respiro. La direttrice dell’Atelier sentenzia che non ho bisogno della parrucca, i miei capelli mossi possono direttamente reggere delle piume, così passo nelle mani del coiffeur che armeggia dietro il mio capo con fermagli e forcine, ma, secondo me, anche con chiodi martello e mastice, perché le piume resteranno saldamente incollate alla testa nonostante le profonde riverenze fatte in lungo e in largo per Piazza San Marco. Il mio personale tocco di classe è di infilare nella fede un fazzoletto di seta portatomi dalla Cina dal mio babbo quarant’anni fa. Mi sento così a mio agio con questo abito che mi par d’esserci nata. Potrei tranquillamente indossarlo anche al lavoro, se non fosse che la gonna resterebbe incastrata nella bussola della banca.


Anche mio marito è pronto. Si affaccia dallo spogliatoio degli uomini lisciandosi il pastrano, e poi si incammina impettito come Monsieur De Lafayette. O forse cerca solo di non far cadere il cappello.
Il taxi che deve portarci al Ballo del Doge non è altro che un motoscafo coperto, da otto posti, formati da due divani capitonne’ di pelle bianca messi uno di fronte all’altro. Dividiamo il tragitto e la spesa con altre tre coppie, tutte in maschera. Con difficoltà ci chiniamo nell’abitacolo, talmente basso da poter stare solo seduti. Tra crinoline, pizzi, sbuffi, ventagli e tricorni riusciamo a prendere posto. Tutti e otto seduti, con le ginocchia che toccano quelle del dirimpettaio. Ma io ho un problema: se tengo la testa dritta tronco le piume sul soffitto e perdo la cauzione. Sono costretta a chinare il busto in avanti e così faccio il solletico in faccia a chi mi siede di fronte, un cavaliere in abiti rinascimentali. Il quale, infastidito, chiede in spagnolo se posso abbassarmi ancora un po’, tanto da ritrovarmi con il viso praticamente sulle sue cosce, inguainate in una calzamaglia con una gamba rossa ed una gialla. Se apro gli occhi, il mio orizzonte e’ costituito dalla forma dei genitali del tizio e dal suo bacino circondato da un corto gonnellino a pieghe a scacchi rossi e gialli. Se sbircio verso sinistra, vedo mio marito che mi sogghigna: “Gli stai proprio sui coglioni, a questo…” Non che abbia molto da ridere, lui. E’ spiaccicato contro una matrona del primo rinascimento, con le braccia legate come salami da un norcino di quelli con il mestiere nel sangue, che le ha stretto nastri in maniera artistica su per l’avambraccio, per poi esplodere in un palloncino di stoffa vicino alla spalla. In testa, la dama sfoggia un buccellato di Lucca debitamente rivestito di velluto a strisce.
Il tragitto verso il Ponte di Rialto per me è interminabile. La posizione è ridicola e scomoda, il busto mi stringe, così tengo la bocca rigorosamente chiusa per la paura, ad una curva sui canali, di dare un morso al testicolo dell’hidalgo o di vomiìtargli sulle cosce tutto il baccalà alla vicentina che mi sono dipanata a pranzo.
Il Palazzo del Ballo, però, è magico come una fiaba. Saloni affrescati, stucchi, specchi, candelabri. Lampadari di Murano, che dai soffitti dipinti scendono bassi, fino a sfiorare, le parrucche, i cappelli, le piume e le corna degli ospiti.
Solo luce di candele.
Efebici violinisti deliziano le nostre orecchie mentre ci viene servito l’aperitivo da camerieri in livrea che ci presentano pesanti vassoi d’argento. Io mi sposto graziosamente da un gruppo all’altro, chinando il capo con modestia, muovendo con eleganza la mano sinistra per far svolazzare il fazzoletto del babbo, facendo garbate riverenze ai cavalieri che mi salutano sollevando il copricapo. Alcune dame civettano con i compagni delle altre e strizzano gli occhi dietro i ventagli.
La cena, placèe, viene servita su tavoli rotondi, ed io posso finalmente sfilarmi le scarpe per dare un po’ di sollievo ai miei poveri piedi indolenziti. La conversazione si declina amabilmente tra i commensali, gli argenti ed i cristalli scintillano alla luce delle candele, mentre danzatrici, giullari ed illusionisti si muovono tra i tavoli.
Il mio comportamento è impeccabile, salvo un piccolo neo. Per prendere un grissino dal piattino del pane alla mia sinistra, mi dimentico del fazzoletto del babbo e lo inzuppo nel calice di vino del mio vicino. Bazzecole.
Poi, finita la cena, il maestro di cerimonie con un battimani ci fa segno di alzarci per seguirlo nel salone centrale ed inizia a formare le coppie per il Minuetto. Io pero’ resto sola al tavolo ed incollata alla sedia. Non riesco a rinfilarmi le scarpe, ho le caviglie gonfie, sembra che i piedi mi siano cresciuti di due numeri. Mi sento come le sorellastre di Cenerentola. Niente. Alla fine decido di andarmene a ballare così.
La Contessa Scalza.
Il cavaliere a me destinato, o meglio, l’unico avanzato, non era, come avevo sperato, un agile e distinto damerino incipriato che mi avrebbe fatto danzare come una libellula, ma un attempato e rubicondo californiano di Sacramento che, vengo a sapere, ha portato la moglie a Venezia per il 50* di nozze.
Sembra in precarie condizioni di salute – uno di quei tipi dal fiato corto e piuttosto incerti sulle gambe. In compenso il suo costume è spettacolare, curatissimo nei particolari. Il gentiluomo si pavoneggia in un vestito azzurro da nobile del settecento; una redingote damascata con alamari, e sotto un gilet dorato con lunghe code. Al collo un raffinato jabot di pizzo viene tenuto fermo sotto la gola da un elaborato spillone, che cattura l’attenzione distraendola dai due lembi di pelle che pendono ai lati della mandibola. Il torace dell’uomo si intuisce possente, in contrasto con le gambe magre, coperte da una zuava del colore della giacca, sotto la quale spuntano due ossute ginocchia coperte da una calzamaglia bianca, delle caviglie esili, e due piedi eccessivamente piccoli, costretti in mocassini con il tacco e con la fibbia, enorme, ma non sufficiente a nascondere il valgismo dell’alluce destro – valuto con occhio esperto – non operato o non operabile, che altera la simmetria dell’insieme. La faccia e’ incipriata, il capo coperto da un cappello da cui svetta una piuma vergognosamente lunga e ritta. A completare la mise, ci sarebbe stato un mantello azzurro da Mago Zurlì ed una parrucca elaborata, che però sono finite, mi racconta, sotto il tavolo durante la cena. Un po’ come le mie scarpe.
Siamo l’ultima coppia della fila. Sbircio per vedere se a mio marito e’ toccata la Madonna del Buccellato, ma lo vedo passare rapito al braccio di una Rossella O’Hara del profondo e prosperoso décolleté.
IL Ballo del Doge per me dura neppure mezzo minuto. Il mio cavaliere si sente male, gocce di sudore scendono da sotto il cappello, il viso presenta chiazze paonazze tra la cipria polverosa, ed il respiro e’ sempre più corto. Decido di prendere provvedimenti, lo faccio accomodare su una seggiolina vicino ad un pesante tendaggio e mi guardo intorno in cerca di soccorsi. Ma niente, non c’e neanche un Doge, ne’ un Sottodoge, ne’ un lacche’, e neppure un cicisbeo di primo pelo con un ventaglio, allora gli sventolo sotto il naso il fazzoletto del babbo, e pare che il profumo del Recioto lo rianimi un po’.
– It’s okay. Thank you, don’t worry. It is only so hot, so terribly hot.. Can you please help me with my gilet?
Gli tolgo la pesantissima redingote ed inizio ad allentargli i lacci del gilet sulla schiena.
Ecco, ecco svelato l’arcano! La postura impettita dell’uomo era dovuta ad un particolare ed elaborato intreccio dei lacci che, come un ingegnoso sistema di carrucole, teneva su busto e testa e aveva trasformato un tacchino in un pavone. Ma a mano a mano che allento, il mio compagno si affloscia, le spalle svaniscono, la pancia esplode, la testa ciondola in avanti ed i bargigli si confondono in un doppio, triplo mento da cui, al contatto con lo spillone urticante, esce una goccia di sangue che deturpa il raffinato jabot.
– Ma questo mo’ me se sgonfia, me se squaja, me se decompone.. Ma chi è, il Cavaliere Inesistente? E ora, non penseranno mica che l’ho sgozzato io?
Alla fine, decido che per me il Ballo dei Dogi e’ giunto al termine. Sembra che io abbia la capacita’ di attirare casi geriatrici di ogni razza, lingua e religione. Da sempre. Forse dovevo fare la badante. Trovo un capitano di vascello che ha tutta l’aria di essere il maitre, gli chiedo di cercare la moglie del nobile agonizzante sulla seggiola, recupero le mie scarpe, mio marito, comprese le sue pupille rimaste appiccicate sulle tette della sua dama e chiamo un taxi. Da soli, stavolta.
Mi strappo le piume dalla testa, ho le scarpe in mano, il panier ha fatto un mezzo giro ed ora ho uno spunzone davanti all’inguine come se mi fosse uscita un’enorme ernia o fossi a cavalcioni di una canna di bicicletta nascosta dalla gonna.
Mio marito, composto, mi rimprovera:
– Ed io che ti porto al Carnevale di Venezia! Te non sei neanche da Carneval Darsena!
Già… bello.. il Rione Darsena.. E’ se dicessi al tassista di circumnavigare l’Italia e scendermi alla Darsena?
Mi chino per entrare nell’abitacolo ma anche senza le piume picchio la testa nel tetto del motoscafo e mi smusso di nuovo le corna.
Il primo ed unico Ballo della mia vita e’ finito.

E vissero tutti cornuti e contenti.

      

 

 

 

 

 

 

I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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