29 Marzo

Alla fine qualcosa si rompe.
E non ne puoi più di niente e di nessuno. Possono passare mesi, anni, addirittura decenni, prima di crollare.
Ma succede.
Agli altri magari in una qualche data simbolica. Capodanno. Il solstizio di inverno. Il pensionamento. Il giorno del compleanno. O coincidere con la menopausa. Con un divorzio. Con il giorno in cui i figli si sposano. O se ne vanno di casa.
A me no.
In un giorno a bischero non ricollegabile ad alcun evento sociale, o familiare, o personale, un venerdì qualunque di un qualunque inizio di primavera, mi sono svegliata e mi sono resa conto che stavo per scoppiare.


Orari. Impegni. Organizzazione. Liste. Ordine. Programmazione. Budget. Ancora liste. Bollette. Vacanze. Hobby. Prenotazioni. Conferme. Last minute. Altre liste.
Oggi mi disturba tutto, perfino il rumore dei miei passi sul pavimento di legno mentre vado in bagno. Quell’orribile ed informe macchina per fare l’espresso. Vuoi mettere il calore e la sinuosità di una BIaletti? Quella vita sottile. Quei fianchi rotondi. Perché devo continuare ad usare caffè in cialde? Per fare prima? Perché così fan tutti? Recupero ia vecchia moka e mi apro una confezione di polvere di caffè. La fragranza mi pervade immediatamente. E chi se la ricordava più? Accendo il gas e vado a lavarmi. Poi apro il cassetto della biancheria. File di mutande e reggiseni accuratamente e dignitosamente allineati per gradazione di colore, come facevo da piccola con l’astuccio delle matite. Cerco uno slip in particolare, non lo vedo, allora con uno strattone d’impeto scardino il cassetto dalle rotelle e rovescio il contenuto sul letto. Una montagna di pizzo multicolore, che sembra impermalito e non capisce dove io voglia andare a parare. Ma che abbia infilato le mie mutande nell’anta di mio marito? Apro la sua parte di armadio e tutta quella fila di completi scuri e di camicie bianche mi mette l’ansia. Afferro una giacca grigia separandola dal suo pantalone e la caccio di forza tra i miei abiti e tra le gonne variopinte. Mi sono dimenticata della moka sul fuoco, meta’ caffè si è rovesciato sul fornello. Chissenefrega, Ci pulirò poi. Mi cade l’occhio sui fermenti lattici dello yogurt. Sono stufa di filtrarli, di mangiare sano, allora svuoto il barattolo nel gabinetto e tiro lo sciacquone con soddisfazione. Non ho certo voglia di rifare il letto, pieno della mia biancheria. Quasi quasi vado sul molo a cercare del pesce per cena. Già, ma poi devo ripassare da casa per metterlo in frigo. E se faccio tardi al lavoro? Chissenefrega se faccio tardi. Sono stata anche troppo puntuale in tutta la vita. A scuola. In ufficio. A qualunque appuntamento. Anzi, in anticipo. E poi stamani non devo neppure perdere tempo ad areare la camera e rifare il letto. Compro delle cicale da una barchina e rientro a casa per metterle in un contenitore. Casa mia sembra una torrefazione. L’aroma del caffè è avvolgente.
Quando esco dal lavoro vedo una fioraia e decido, per la prima volta nella vita, di comperarmi dei fiori. Ma non voglio fredde orchidee che non sporcano. Voglio qualcosa che spetali, che sfiorisca, che si spampàni, che chini il capo quando non ne può più, che sappia dire: “Ora basta” e “Les jeux sont faits” e “Rien ne va plus”. Scelgo un mazzolino di teneri ranuncoli gialli. A casa non trovo neanche un vaso ed allora li ficco senza troppi riguardi nella teiera. Fa caldo, o sono agitata io. Apro la portafinestra per inghiottire un po’ di vento o un po’ di salmastro. Scaravento i tacchi in giro con fare teatrale e mi spoglio lasciando i vestiti per terra. Vado in camera, sorvolo sul caos di lenzuola e mutande sul letto ed apro l’armadio. Il cambio di stagione è lontano. Vedo troppa lana. Sbuffo. C’è anche una giacca da uomo spaesata che sembra accusarmi. Niente che faccia al caso mio. Cerco sul fondo dell’armadio uno scatolone con i vecchi indumenti sportivi di mio marito. Scanso una busta piena di chiodi da scarpe e guardo se c’e un paio di calzoncini da calcio. Poi invece indosso una maglia gialla e verde della nazionale brasiliana, che mi fa da mini vestito. C’è anche un pallone di cuoio nella scatola, ne’ gonfio ne’ sgonfio, però più gonfio che sgonfio. Come me. Potrei finirlo con una pugnalata ed avrei il secondo omicidio sulla coscienza dopo i fermenti lattici. Ma poi mi viene in mente Tom Hanks, che in un vecchio film, naufrago su un isola deserta, ha come unico amico un pallone. Non sia mai che lo faccia fuori. Chissà cosa ha in serbo per me la vita. Mi ci potrei affezionare. Però con un lungo ago che trovo nella scatola decido di sgonfiarlo. Pufff… il pallone va in decompressione come vorrei fare io. Bastasse un buchino nella pancia per far uscire tensioni vecchie di decenni. Sono sfinita, però. Sarà la fame. O la mia pressione bassa. Ma non voglio un cucchiaino del sano, incensato magnesio. Ho voglia di schifezze. Chissà se in frigo c’è della maionese che tengo di riserva per quando la mia mi impazzisce. Perché a me la maionese o mi monta subito al primo colpo o mai più. Apro il frigo. Le cicale ormai sono defunte. Una addirittura deve essere riuscita a sgattaiolare dalla zuppiera ed è andata a morire sul ripiano, a cavalcioni di una bottiglia stesa. Rosè di Bolgheri. Scalabrone. Però. Morte onorevole. Meglio lì che nella mia padella con l’olio bollente. C’è un tubetto di maionese. Faccio, senza alcuna necessità, quello che mi è sempre stato proibito dalla nonna e dal dentista: svito il tappo con i denti. In quell’istante suona il campanello. Sette e venti. Sarà Franco. Ma che lui, proprio lui, sia senza chiavi? Che sia anche il suo, di 29 marzo? Ma non è mio marito. E’ un tizio con una Fruit ed una tuta da idraulico. Ha le braccia tatuate. Con una mano regge una cassetta degli attrezzi. Alla spalla opposta ha arrotolate decine di metri di gargarozzi neri. Non appare per niente meravigliato di trovarsi davanti una di mezz’età – sì, diciamocelo!!! – scalza, con la maglia del Brasile, ed un tubo di maionese che penzola dalla bocca.
– Scusi – mi saluta- è sua vero, quella borsa portadocumenti? – ed indica la mia valigetta azzurra in terra vicino all’ascensore. Ho visto dal terrazzo che la scaricava insieme ad una quantità di borse, fiori, sacchetti. E’ più di un’ora che viaggia su e giù con me in ascensore. –
– Oh, la ringrazio!
Ma mentre esco sul pianerottolo per recuperarla il riscontro fa sbattere la porta e resto chiusa fuori. Ovviamente senza chiavi. Senza cellulare. Senza scarpe. Ma con la maglia di Pelè. E un intero tubetto di maionese. E al di la’ della porta mi aspetta un fornello incrostato di caffè e un casino sul letto. Ma anche un mazzo di timidi ranuncoli gialli che come me stanno già inchinandosi al destino.
– Posso fare qualcosa? – si preoccupa l’idraulico, o elettricista, o chiunque egli sia.
– Grazie, no. Potrei andare giù in portineria a prendere le altre chiavi. Ma da un momento all’altro arriva mio marito. Aspetterò qui. Arrivederci. E grazie.-
MI siedo sull’ultimo gradino della scala. Inizio a risucchiare dal tubetto direttamente in bocca la maionese, che entra immediatamente in circolo.
Sono contenta di non aver rifatto il letto, di aver accoppato le cicale e sgonfiato il pallone di cuoio. Alla faccia di tanti palloni gonfiati.
Forse domani io non rimetto neanche l’ora e mi tengo quella solare.
Chissenefrega.
Il pavimento di marmo delle scale e’ gelido. Ho i piedi intirizziti. La pelle d’oca sulle cosce nude.
MI abbraccio da sola stringendomi addosso la maglietta sintetica e nel pensier mi fingo l’emozione di chi Pelé l’ha abbracciato per davvero.
Tutto sembrerà migliore domattina.

 

 

 

 

 

 

 

I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi: