UNA PROVINCIALE IN CITTA’

UNA PROVINCIALE IN CITTA’
Milano – Piazza Duomo – ore 7.45

– Buongiorno, un caffè per favore.
I miei texani, il chiodo di pelle nera e le occhiaie dell’alzataccia stridono spiacevolmente con i gessati e gli ingessati che mi circondano e che hanno già letto tutti i quotidiani, fatto alzare o scendere il PIL e deciso le sorti dell’economia, il tutto tra le prima e la seconda tazza di caffè.
Il ragazzo dietro il banco, molto giovane, molto bruno, dalle basette molto lunghe, sbarbato con molta cura, però, sembra non accorgersene; mi gratifica di un sorriso molto abbagliante e sfodera il suo repertorio:
– Non preferisce un americano? O un marocchino? O un cappuccio tiepido alla nocciola? O un orzo? Anche se non è ancora l’ora della scorzèt… ( la “e” è molto aperta)..


Lo interrompo.
– No, grazie- Vorrei un caffè.. come lo chiamate qui… boh… normale…
– Posso macchiarglielo? E disegnarle un benvenuto sulla schiuma, o profumarle la giornata con un pizzico di cacao o di cannella?
– Grazie, no.
Lui non demorde.
– Tazza grande? Tazza piccola? Al vetro?
E intanto scambia uno sguardo d’intesa ed una battuta con il collega più anziano:
– La “sciura” fa tutto di testa sua, fossero tutti così, il mio lavoro non sarebbe easy…
Se quando sono entrata nel locale mi sentivo Mr Crocodile Dundee quando lo portano a New York, adesso questo ragazzo mi fa pensare che la snob sono io.
Affianca con gesti da giocoliere il mio espresso al bicchierino d’acqua. Non ho mai capito se l’acqua va bevuta prima o dopo, così, per non sfigurare ulteriormente, la lascio lì anche se mi sta venendo, solo a vederla, una sete pazzesca.
Non sono un’intenditrice, ma il caffè e’ ottimo. Bollente, rigorosamente amaro, nonostante mi vengano presentate tutte le varietà immaginabili di zuccheri, dolcificanti e mieli.
Fa venire voglia di schioccare la lingua al palato.
Vado alla cassa, pago, sto per uscire e portare fuori i miei speroni, la mia aria da dura, ma soprattutto da pesce fuor d’acqua, quando ci ripenso e torno dal barista.
Ho bisogno di dare conferma a tutti i miei cliché.
– Scusi, lei è di Milano?
– Non proprio, sono di Bucinasch.
– Prego?
– Di Buccinasco – precisa lui, come se l’uso dell’italiano invece del dialetto bastasse ad illuminarmi sulla geografia della Lombardia.
– Capisco – rispondo io, che non ho capito un tubo – E come si beve il caffè a Buccinasco?
– Oh, si beve ‘bbuòno ( con la ” o ” molto chiusa ), signo’, proprio ‘bbuono. Lo fa nonna Nunzia – E qui il barista tenace unice la punta del pollice a quella delle altre dita, porta la mano alla bocca per poi riallontanarla facendo una specie di risucchio ed uno schiocco – Lo fa “al bacio”.
– Ma come lo fa, nonna Nunzia, con la moka?
– Macchè moka, signo’, nonna Nunzia viene da Santa Maria Capua Vetere. .. Lo fa co’a Napoletana.
Nooo… Ed io che possiedo una Napoletana da 30 anni e non l’ho ancora rinnovata! Come ho fatto a campare tutto ‘sto tempo senza il caffè di Nonna Nunzia?
Come arrivo a Viareggio mi precipito a cercare la mia caffettiera, la guardo e la rimiro, la giro e la rovescio, ma… niente.
Non ho la più pallida idea di dove infilare l’acqua e dove il caffè.
Ed eccomi allora a lanciare il mio primo appello su FB:
C’e’ qualcuno di voi che sa insegnarmi a fare il caffè di Nonna Nunzia? Quello ” al bacio”, per intenderci?

 



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