LA TAPPA ED IL TAPPO DELLA MONTAGNA

LA TAPPA ED IL TAPPO DELLA MONTAGNA

Fino a pochissimi giorni fa, tutte le mie interazioni con il ciclismo erano state, risalendo cronologicamente all’indietro: un micino randagio, tale Chiappucci, adottato nei primi anni ’90 del secolo scorso dalla filiale in cui lavoravo; una pista di sabbia creata facendosi trascinare il sedere, su cui giocavo con mio fratello con biglie di plastica raffiguranti Gimondi e Merckx; il babbo che mi raccontava di aver conosciuto una certa Dama Bianca; e ancora, andando con la memoria fin dove riesco, il nonno Giovanni che invece di addormentarmi con le favole, mi narrava le gesta di Bartali e di Coppi, ma più di Bartali che di Coppi, mi sembra, e di Binda e di Guerra, ma più di Binda che di Guerra, mi sembra; e comunque, soprattutto, mi intratteneva con la storia del tappo Girardengo.


“Avevo un bel tappino, l’avevo chiamato Girardengo, ci legavo uno spaghino e lo “strascìavo” per tutta Pescia per farlo riscaldare. Poi cercavo una salitina per insegnargli le scalate. Andavo in fondo alla discesa, lo scioglievo dal cordino, mi sdraiavo per prendere bene la mira, e poi gli davo un “nocchino” per vedere se riusciva a fare tutta la salita e atterrare sul pari. L’ho allenato bene, io, Girardengo, ogni giorno una salita più’ dura, fino a quando m’è cascato nel fiume e la corrente se l’è portato via.”
Due giorni fa, grazie alla squisita ospitalità dei signori Zanetti, ho avuto l’incredibile privilegio di assistere al Giro d’Italia da un osservatorio speciale: dall’interno del circuito a bordo di una delle vetture della loro Trek Segafredo, per seguire la tappa della montagna, che da Feltre ci ha portato a Croce d’Aune.
Facendosi finalmente beffa di un maggio lagnoso di una primavera riluttante, il mese di giugno si è affacciato splendente a benedire i ciclisti in gara, le loro squadre, la miriade di palloncini, stendardi, fiocchi rosa che spuntavano sulle case, lungo le strade, sugli alberi, ma soprattutto le migliaia e migliaia di spettatori e ciclisti amatoriali che si moltiplicavano a perdita d’occhio.
Perché Veneto uguale ciclismo.
Sono rimasta scioccata dalla partecipazione totale e coinvolgente di questa incredibile quantità di persone che mi trovavo davanti sulle piazze, sui tornanti della montagna, accampati in tende più o meno di fortuna, o intenti ad abbrustolire salsicce su griglie improvvisate.
Perche’ questo interesse totalizzante per il ciclismo da parte di uomini, giovani ed anziani, donne, bambini? Perché l’Italia tutta si infiamma per il Giro, molto più che per i Mondiali di Calcio? Come mai il tifo calcistico divide le famiglie, rompe le amicizie, esacerba gli animi, provoca violenza, e quello per il proprio idolo delle due ruote invece unisce?
Io so solo che quando, a Cima di Campo, ad una curva sulla montagna, preannunciati dal volteggiare degli elicotteri, stagliati contro un cielo finalmente azzurro ed i prati di velluto punteggiati dai ranuncoli selvatici, sono apparsi i primi undici tesi e concentrati, le gambe che fanno tutt’uno con le ruote, i muscoli che sfondano le cosce, mi sono trovata ad urlare come un’assatanata e a saltare con dei tedeschi sul bordo della strada: Dai, Dai… Ma Dai a chi, poi? Avessero potuto vincer tutti!
Io so solo che, a parte i, fortunatamente pochI, balordi fanatici che rovinano la tappa a Miguel Angel Lopez o cercano di dare una spinta a Nibali, l’impressione è che tutta la gente si unisca in un unico battimani, un unico batticuore, e gioisca non solo per il vincitore, ma per tutti, e celebri il ciclismo per il ciclismo, lo sport per lo sport.
Io so solo che i veri campioni non sono quei vanesi esibizionisti malati di uccellolunghismo che fanno a gara a chi ha i tatuaggi più grossi, la cresta più ispida, ma questi ragazzi che incoraggiano l’avversario, che arrossiscono per i baci delle Miss, che cadono, si rialzano e mettono a frutto la loro caparbietà per farci vivere un sogno.
E infine so, per certo, che l’emozione di assistere all’arrivo della tappa comodamente sistemata in un lussuoso padiglione, a gustare prelibatezze sorseggiando bollicine ovviamente rosè, con il cellulare pronto ad immortalare il traguardo, insieme a centinaia, migliaia di cellulari di ultima generazione, è stata genuina e sincera come quella di quel bambino di nome Giovanni, che, cent’anni fa, agli sgoccioli della prima guerra mondiale, con lo stomaco attorcigliato dai morsi della fame ma il cuore traboccante di entusiasmo, allenava per la Tappa della Montagna un Tappo di nome Girardengo.

 

 

 

 

 

 



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