OSTERIA SENZ’OSTE

LESS IS MORE
OSTERIA SENZ’OSTE

In un paesaggio incantato sulle colline sopra Valdobbiadene, c’è un posto magico che sembra uscito dalla penna di Italo Calvino: l’Osteria Senz’Oste.
Si tratta di un vecchio casolare con tanto di mucca e capretta che si affacciano dalla finestra della stalla, una stanzetta di pietra dove servirsi di pane, uova, salumi lasciando un’offerta, ed un distributore automatico di vini e bevande, che i visitatori poi vanno a consumare sui vari tavolini distribuiti tra i filari di uva glera sulle balze circostanti.

Ci siamo arrivati in un momento fatato: poco dopo le 19, con la collina quasi tutta per noi, ed una luce incredibile che ammorbidiva i contorni, sfumava i confini, accarezzava le guance di una coppia che, seduta su un tavolinetto su un ciglio, brindava in silenzio al sole che salutava, ed infine faceva luccicare i raggi di quattro Mountain Bike infilandosi nella discussione dei ciclisti che valutavano se fosse il caso di fare assaggiare un po’ di prosecco alla capra.
Ci siamo comprati una bottiglia di Cartizze e siamo andati a consumarlo ovviamente SENZA calici su una piana rischiarata dagli ultimi raggi. Intorno a noi solo il paesaggio rassicurante e familiare dei vigneti, resi piu’ garbati e leziosi da una miriade di palloncini rosa appesi sui pampini per celebrare il passaggio nella zona del 102° Giro D’Italia. Io mi sono precipitata su una vecchia sedia SENZA fondo e come ho allungato le gambe una scheggia impertinente mi ha bucato i jeans e lacerato la carne. Abbiamo brindato alla vita alzando bicchieri di plastica con Carlo, Paola e Franco, quattro facce del venerdi’ stanche, come tutti, ognuno con i propri pensieri, i propri problemi, come tutti, ma sorridenti e felici di essersi ritrovati in un posto da fiaba a fare i conti SENZA l’oste.
La conversazione e’ leggera, oziosa, fluida. Franco scuote la testa e sentenzia che anche il vino è SENZA nerbo, SENZA palle, ed ancora una volta si rammarica del fatto che il vino più conosciuto del mondo, il Prosecco, serva a definire sia i prosecchini e proseccacci che ti servono all’ora dell’aperitivo, sia il Cartizze di qualità eccelsa, come ad esempio quello che abbiamo degustato la mattina alla cantina PDC. Paola solleva il bel viso a farsi baciare dall’ultimo sole, il più suadente, il più intimo, il più desiderato. Carlo ammira la sfilza di palloncini rosa ed ha l’impressione che la natura celebri la nascita in contemporanea di una miriade di figlie femmine.
Io mi guardo intorno e mi aspetto che in questa osteria SENZ’oste appaia magicamente il Cavaliere Inesistente, o il Visconte Dimezzato, o il Barone Rampante o la Contessa Scalza, o anche solo un pittore SENZA il pennello.
Alzo ancora una volta il Prosecco SENZA calice e SENZA palle e in quell’ora che volge al desìo, mandando in tre secondi a farsi fottere gli insegnamenti di mio marito, che incaricatosi da anni della mia educazione enologica, si è sgolato ad insegnarmi ad apprezzare la differenza tra le bollicine eleganti e persistenti del Metodo Classico e quelle grossolane dello charmat – ma si sa, ad un contadino, tanto sonanni un corno che un violino – , brindo sulla seggiola sfondata, con la bottiglia sulle cosce e la scheggia conficcata nel culo, ai sorrisi di amici che non vedevo da troppo tempo, agli eserciti di femmine che la natura non si stanca di far nascere, alla luce pazzesca di questa collina incantata e al futuro che potrebbe ancora riservarci, chissà, l’incontro con un muratore SENZA calcina o una vacanza sull’Isola che Non c’è.


 

 

 



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