UMBERTO – CLASSE 1929

UMBERTO – Classe 1929 –

– Titolo di studio, Umberto? Che scuola hai fatto? –
– Io? Tre anni di avviamento, ma poi ho smesso perché la scuola non c’era più.-
– E dove era andata? – scherzo io.
– O come dove era andata? Me l’hanno bombardata. Distrutta.
– Già, Umberto, che stupida che sono. Era in tempo di guerra. Ma te lo ricordi quel periodo, Umberto? Dimmi. –
– E me lo ricordo sì. Ero a casa col mi’ nonno, al tocco preciso, quel 31 agosto del ’43, e stavo ascoltando Radio Londra anche se non si poteva e il nonno mi brontolava. Ma ad un tratto andò via la voce, si spense tutto; io non capivo cosa era successo e corsi fuori nell’aia. Alzai gli occhi al cielo, e li vidi. –
– Che cosa vedesti? –
– Frotte, frotte di aerei americani che brillavano in cielo, ed era uno spettacolo.
Io uno scintillio così non l’ho più rivisto.
Io uno sfavillio così non lo scorderò mai.


Ma poi cominciò un bombardamento a tappeto, e i vicini scappavano di qua e di là e urlavano “Colpiscono Pisa! Vogliono distruggere la stazione ferroviaria!”-
Capirai, io c’avevo il mi’ babbo, alla stazione ferroviaria, faceva il macchinista sul treno a vapore, e tutti i giorni andava a Pontedera e a Livorno ma passava sempre da Pisa.. – si interrompe e mi guarda, mi rendo conto che sto sgranando gli occhi mentre lo ascolto incantata e mi figuro la scena, ma lui forse crede che io non capisca e precisa:
-Bimba, ma ‘un l’ hai presente i treni a vapore? E CIUUF, e CIUUF – cerca di mimare – e ni dovevi da’ palate di carbone, e FUUN e FUUN… E se me l’avevano ammazzato, il mi’ babbo? Allora andai a Pisa a cercarlo e…-
– A Pisa a piedi, Umberto? Hai camminato fino a Pisa? Ma da dove, di preciso? –
– O come da dove? Da Zambra, il mi’ paese, vicino Calci. E non ho mica camminato, ho corso. ‘un ti crede, ero pelle e ossa, non avevamo da mangiare, i tedeschi ci rubavano il grano, la frutta e la verdura, ma avevo una forza neanche Maciste, e correvo, e correvo, e inciampavo, e cascavo, e mi rialzavo e correvo, e a Pisa era tutto un cratere, e tutto quel fumo…-
Sento che i miei occhi sono diventati grandi e tondi come padelle, mentre lo vedevo, Umbertino, poco più che tredicenne, secco secco, i calzoni corti, le ginocchia sbucciate, gli occhi lucenti, a macinare chilometri a corsa per cercare il babbo tra le macerie.
– Ma lo sai? Il mi’babbo era vivo, vivo, ce l’aveva fatta a scappare nel rifugio quando e’ sonato l’allarme… e poi comunque gli americani non miravano alla stazione, lo dicevano a Pisa, volevano bombardare la Piaggio ma hanno sbagliato mira ed hanno bersagliato la Sangobè ( la Saint Gobain ). E così anche tutti quegli operai che erano a mensa… tutti morti stecchiti. –
. Ma che tragedia, Umberto, una settimana prima dell’8 settembre, pochi giorni prima della Liberazione.. –
– Ma che Liberazione? A Zambra ‘un è mai arrivata, la Liberazione.. I tedeschi avevano fatto un accampamento di qua dell’Arno, in una radura vicino a casa mia, c’era pieno di camionette e di cannoni, e io ci andavo a giocare, e qualche volta ho beccato qualche scheggia, e poi quando tornavo a casa beccavo anche qualche cintolata dal mi’ nonno, che mi urlava: ” E t’è andata di bordoncino, anche oggi, ma la smetti di ruzzà? ”
– Di bordoncino??- ora anche la mia bocca e’ spalancata, mentre mi bevo letteralmente il racconto.
– Ehh, vedevi più facce tedesche che di Calci, al mi’ paese… Ma poi sull’altra sponda dell’Arno si accamparono gli alleati, e giu’ cominciarono a mitragliarsi da una parte e dall’altra, e io saltavo sulle linee minate e giocavo un po’ di qua con i tedeschi, un po’ di la’ con gli americani e pensavo: ” ‘un mi spareranno mica a me, che son pisano e ‘un c’entro nulla? ”
Ah, che bei tempi, come mi son divertito.. Pero’ preferivo gli americani, i tedeschi eran più cattivi, facevano razzìa di polli e di nonni. –
– Ehhh? Di nonni??? – sento che la mia bocca ora assomiglia ad una teglia da cecìna.
– E certo, perche’ i babbi eran finiti, non ce ne eran più per le case, o erano in guerra, o al lavoro, o erano morti, ed allora si accontentavano dei nonni. –
_ Ma che ci facevano coi nonni, Umberto?-
– O come che ci facevano? Li facevano prigionieri. Li portavano nei campi di lavoro. Anche al mio amico Oreste, che stava in fondo al cortile, gli hanno preso il nonno. E gli è andata bene. A me il nonno me l’han lasciato, ma mi hanno rubato tutte le galline. Otto. Che dispiacere. Non mi e’ ancora andata giù. –
– Ma Umberto, che discorsi fai? O che un furto di polli e’ peggio del rapimento di un nonno? –
– O bellina, o che mi ciurli nel manico? E’ peggio sì. A parte che tanto il nonno di Oreste tdopo il ’45 e’ tornato. A piedi dalla Germania, secco rifinito, con la barba lunga, ma e’ tornato.
E poi, noi, si morìva di fame, e i nonni ‘un le sanno mica fa’, le uova. –
Ma la sbruffoneria di questo impavido ragazzo novantenne, di questo “maledetto toscano” irridente, sprezzante, beffardo, denigratorio della famiglia e della guerra, viene contraddetta da un grosso lacrimone che, con 75 anni di ritardo, dal volto chinato sulla scrivania, scende senza ostacoli sul questionario Mifid pronto per la firma.
Poi Umberto alza la testa e ci guardiamo.
E così mi accorgo che i suoi occhi brillano, brillano più di quei dannati 110 aerei di quel dannato 31 agosto del ’43.
Io uno scintillio così non lo rivedrò più.
Io uno sfavillio così non lo scorderò mai.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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