Il ritrovamento di un biglietto da visita in un pomeriggio piovoso evoca il bel tempo di quando ero un
PESCEFORDACQUA

Pasqua, 2012
In navigazione nel Pacifico lungo la costa vietnamita

Insieme ad altre tre coppie, con noi gli unici italiani presenti sulla nave, siamo stati invitati a festeggiare la Pasqua al tavolo del comandante, un connazionale.
Veniamo scortati e fatti accomodare ad un tavolo imperiale da zelanti camerieri filippini. Due coppie sono milanesi, una, compitissima, di Torino, poi ci sono io, toscana, e mio marito, un ibrido tosco-biellese. Il comandante è genovese.
Dopo tanti giorni, che bello conversare in italiano!
Tutti, compreso il Capitano, sono almeno al secondo matrimonio, con figli di primo, secondo od enne-periodico letto, più intrecci vari.


La mia vicina di sinistra, milanese, scopre di avere amicizie in comune con l’uomo dell’altra coppia milanese, seduto alla mia destra, un trimalchione sessantacinquenne dai capelli di un nero sospetto con sfumature turchine che non smette un attimo di parlare ed ha tutta l’aria di spararle grosse.
Il fulcro della conversazione è il suo trimarano, con cui, ai tempi in cui era sposato con la Ceci, era andato in Sardegna senza neppure un satellitare ed era riuscito a scongiurare un naufragio solo grazie alla bravura nell’utilizzo del sestante da parte del figlio Gregory.
– Gregory? – interloquisce la mia vicina- Quale Gregory? per caso la madre e’ la Evelyn, di Edimburgo?
– Ma certo! Conosce la mia prima moglie? Ma Gregory poi si è disinteressato al mare, è andato a studiare in Germania, e le ultime vacanze in barca sono costretto a farle da solo con mio figlio Lapo, visto che la Cami – indica la moglie seduta vicino alla signora torinese – soffre il mal di mare solo a sentirne parlare.
– Oh, esattamente come la figlia più piccola di mio marito, ma lo sa che- blablabla e blablabla..
E così continuano per tutta la cena la loro conversazione con me nel mezzo, che non mi intendo ne’ di figli, né di trimarani né di plurimatrimoni e sono proprio un pesce fuor d’acqua. Perciò me ne resto, incredibilmente, in silenzio, a cincischiare la posata d’argento sulla porcellana del dessert.
Ma ad un tratto la mia vicina, non so se per rendermi partecipe della conversazione, o se per farmi interrompere quel suono fastidioso, mi interpella:
– E lei, quanti mariti ha avuto?
Sto per rispondere enunciando il mio ovvio, banale stato civile, ma poi mi viene un dubbio.
Allora poso la forchetta, bevo un sorso d’acqua, rifletto.
Tutti si ammutoliscono. Perfino mio marito, che sta intrattenendo il Comandante con le sue avventure livornesi in Accademia quando era un Aspirante Ufficiale di Complemento, si interrompe.
La signora aspetta.
Mi tampono le labbra con il tovagliolo, con calma inclino la testa e la guardo.
– Ma cosa intende, miei o di quell’altre?
Franco, dall’altro capo del tavolo, forma una V con la mano e dice:
– Ti risposerei, anche solo per questa battuta.
Subito dopo, quel trimarano al mio fianco mi fa un insolita proposta di matrimonio, allungandomi un biglietto da visita:
– Ma se suo marito dovesse cambiare idea, mi chiami. Potrei sposarla io.
Certo non sarebbe la mia prima moglie, ma… chissà… potrebbe essere anche l’ultima!


 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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