VERSO L’ORIZZONTE

In ogni viaggio che ho fatto, all over the world, ho sempre lasciato la visita delle capitali, delle grandi città, delle metropoli, da ultimo e per forza.
In parte perché per me, per conoscere un popolo ed un territorio, è molto più utile battere palmo a palmo le stradine di campagna, andare nei pub, attaccar discorso con i benzinai, passeggiare nei piccoli borghi, e capire così, prima, il contesto in cui si è sviluppata, poi, l’urbanizzazione; ma soprattutto perché, diciamocelo, odio le città, la verità è questa. Lo smog, la gente che corre, il puzzo. Le case, le strade, il traffico, e tutti quei palazzi incombenti che mi hanno sempre dato l’impressione di essere assediata.
Però.
Però, poi, c’è Lisbona.


Per godermela al meglio, e per sfuggire al Natale prematuro che imperversa negli alberghi e nei centri commerciali, ho pensato di utilizzare le mie ore libere della domenica mattina per bighellonare a Belém, sull’estuario del Tago.
Così, mi sono seduta ad un tavolino in riva al fiume ed ho ordinato un caffè. Insieme, invece di un biscotto, mi hanno portato un piattino di olive in salamoia molto peggiori di quelle che faccio io.
Ma tant’è.
La sensazione sconosciuta di essere completamente sola, così lontana dalla famiglia, dagli amici, dagli affetti, senza nessun impegno, con un paio d’ore tutte per me, mi dà alla testa. Così mi tolgo i tacchi, prendo la tazza e la ciotolina delle olive e mi siedo per terra, sul bordo di cemento dell’argine.
Eccomi qua, con il sedere nel Vecchio Comtinente e le gambe che dondolano protese nel Nuovo, la mente ed il cuore VERSO L’ORIZZONTE, come mi raccomanda l‘Istituto di Credito per cui lavoro, assolutamente padrona del mio tempo e del
mio destino.
Potrei sparire, imbarcandomi verso destinazione ignota e crearmi un’altra vita sotto falsa identità. Oppure potrei cadere nell’oblio, lasciandomi scivolare in acqua, complice questo vento dell’Atlantico che confonde le idee ed i propositi. La corrente dell’estuario mi farebbe finire in un batter d’occhio alle Azzorre prima ancora che qualche investigatore potesse risalire alla mia identità dai miei tacchi ed al mio DNA dai noccioli delle olive.
Mi volto per vedere se questo ventaccio le ha fatte volare via e noto sulla mia sinistra un ragazzo che guarda alternativamente me e le mie scarpe e sorride.
Ha un’aria assolutamente stropicciata, sconclusionata, stazzonata. Indossa un berretto azzurro scolorito, conico, di tessuto morbido, calcato a coprire fronte ed orecchie, con una punta che penzola morbida verso il dietro e che ricorda il copricapo dei Sette Nani.
Potrebbe essere un clochard, o uno studente squattrinato. Mi vergogno troppo ad ordinargli un caffè o ad offrirgli un’oliva rancida. Vorrei fare un minimo di conversazione, ma di portoghese, a parte “obrigada”, so tre parole in croce. Però, se “cacao” e “meravigliao”non mi sembrano appropriate, ne conosco una terza che in qualche modo appare di ottimo auspicio, così sollevo la mia tazzina alla sua salute e gli urlo nel vento:” Benfica!”
Con un balzo lui si alza in piedi, fa un gran sorriso, si toglie il berretto da settenano, lo fa roteare con un gesto ampio e scenografico davanti a se’ e, con la teatralità degna dei moschettieri, mi fa un inchino profondo e tocca con la testa il cemento polveroso.
La massa di riccioli color rame, liberata, danza nel vento.
Avrà poco più di venti anni, ma sembra che in lui sia racchiusa tutta la galanteria dei suoi avi portoghesi, che, tra l’altro, come popolo, mi son sempre stati simpatici. A cominciare da Vasco De Gama e Magellano, continuando con il Pallone D’Oro Eusebio, per finire con Yanez, l’amico di Sandokan.
Poi il ragazzo fa un cenno di saluto e scompare.
La temperatura è rigida. Un timido raggio di sole fa scintillare il fiume che manda bagliori d’argento. Un anziano signore seduto ad un tavolino cerca invano di puntellare un quotidiano, ma un foglio vola via, a propagar notizie nel vento. Peccato che il mio cellulare sia scarico. E comunque non riuscirei mai a fotografare quest’aria che spira dall’Atlantico, o ad immortalare i miei pensieri, a fermare lo sguardo di quella mamma che sta abbottonando il cappottino al suo bambino. Ne’ a rappresentare la reciproca attrazione fisica che percepisco in in coppia vicina, attrazione così intensa, così tangibile, che pare abbia acquisito lo stato solido.
Rabbrividisco.
Mi rimetto le scarpe e mi incammino con passi incerti in cerca di un taxi, il giubbetto di pelle rossa, chiuso fino alla gola, che prova a tagliare il vento.
C ‘è un piccolo crocchio di gente intorno ad un pittore ed a un mucchio di ritratti. Lui ha un’aria scucita e sbrindellata, spavalda e sconclusionata, ed indossa un buffo cappello da Settenano. Mi accorgo che il mio galante studente portoghese in realtà non è ne’ studente ne’ portoghese. E’ un artista di strada, un vichingo scandinavo, come si intuisce dal suo nome pieno di consonanti scritto per terra a caratteri cubitali.
Ancora una volta non ho capito un bel nulla. D’altronde, se anche Amleto era saggio solo a SudEst, perché quando il vento spirava a NordNordOvest non riusciva a distinguere un falco da un airone, figuriamoci se io, immersa in un vento vorticoso ed in un turbine di pensieri, posso pensare di capirci qualcosa, della vita.
Posso solo continuare ad ubbidire alla mia Banca, e quindi tendere VERSO L’ORIZZONTE, ma non smetterò mai di tentare di figurarmi quello che ci può essere dietro.

in Lisbona, addi 10 novembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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