AMERICANA COME UN APPLE PIE

AMERICANA COME UN APPLE PIE

Il mio frutto preferito è senza dubbio la Mela. E i miei dolci preferiti sono tutti quelli a base di mele: il ciambellone della mamma, le frittelline che faceva mia suocera, lo strudel, la tarte tatin e così via.


Oggi, certo perché ho appena visto l’ennesima trasposizione cinematografica di Piccole Donne che ha rimandato il pensiero ad una bellissima vacanza nei dintorni di Boston fatta una vita fa, mi si scatena una voglia irrefrenabile di apple-pie. Ho delle bellissime Granny Smith che sembrano non aspettare altro, la mente vola a Concord, nel Massachusets, ad una casa di legno in mezzo ad un meleto, la dimora di Louisa May Alcott, dove hanno preso vita le Piccole Donne; va al profumo di burro e cannella che mi pervase percorrendo gli interni; va ad una di quelle appiccicose mele caramellate intorno ad uno stecchino, così Old America, che mordicchiavo seguendo come un cagnolino una guida che ricostruiva la modernità e l’anticonformismo dell’educazione delle sorelle Alcott, grazie agli insegnamenti sia del padre che dell’amico Ralph Waldo Emerson, filosofo illuminato.
Ed io comicio ad impastare, cercando di creare quello che in Italia chiamiamo “la torta di Nonna Papera”; sembra che insieme all’aroma delle mele lasciate a macerare con zucchero di canna, limone, cannella e noce moscata, esali da me un’americanità latente che non sapevo di avere, io che difendo il mio essere italiana in tutte le sue forme, che ripudio l’uso efferato ed indiscriminato di inglesismi nel nostro linguaggio, che soddisfo esclusivamente con la dieta mediterranea le mie necessità alimentari quotidiane.
E già che ci sono, il tempo che la torta cuoce, da Concord mi sposto velocemente verso est, attraverso boschi che il leafing di ottobre infuoca ed ingentilisce insieme, ed arrivo sulla costa del New England a comprar molluschi sulle bancarelle del porto, circondata dall’odore di pesce e di nafta delle baleniere e dei pescherecci….
Non mi resta che utilizzare quel che ha comprato Franco stamattina per la zuppa alla Viareggina… per preparare il chowder: eccomi a cuocere cozze e vongole, porri e patate nel latte, in una casa che inorridisce all’odore e che trasuda extravergine d’oliva da ogni poro di ogni muro.
E mano a mano che il profumo inconfondibile della torta di mele impregna la cucina, sale la tromba delle scale, trova una finestra aperta, avvolge Stiava, scollina il Pitoro, sorvola Massaciuccoli, continua il suo percorso verso l’oceano per ricongiungersi ad un aroma simile, di mele simili dentro torte simili, al di là dell’Atlantico, ecco che la mia rinnegata ed inesplicabile anima americana, per colpa di un odore, di un ricordo, affiora e sovrasta tutto, ed in questa stanza che non ha più pareti, ma alberi, alberi di mele, io non sono più un’impiegata toscana di mezz’età che il sabato sfoga la sua rabbia repressa impastando furiosamente, ma una vecchia casalinga del Vermont col grembiule a quadretti che cuce una coperta di patchwork su una sedia a dondolo.
Poi sforno il mio apple pie. E’ dorato e perfetto. E’ il più semplice, rassicurante ed onesto dessert del mondo. E’ l’America buona, l’America amorevole ed innocente, gloriosa e genuina, un’America che forse non è mai esistita, se non in queste riflessioni solitarie di un sabato qualunque, in una qualunque cucina toscana, di una qualunque impiegata nella sua seconda parte di vita.
Ma io continuo a dondolare sulla mia sedia, comincio a pensare in inglese, lascio sobbollire il chowder, soffio sulla torta, e divento un ragazzone robusto e candido, dell’Ohio o del Montana, che sta combattendo per terra, per mare o per cielo, in uno dei tanti teatri delle Seconda Guerra Mondiale. E quando mi chiederanno “Per chi combatti?”, anche io, come i miei compagni, risponderò “Per la mamma e per l’Apple-Pie”.
Oh, I am American, for God’s sake!
Quanto meno questo sabato, o di sabato in sabato, una torta alla volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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