CENT’ANNI DI SOLITUDINE

CENT’ANNI DI SOLITUDINE

Certo, zio, avevi resistito ben 95 anni, se ne duravi altri 5, tra poche ore, il 15 febbraio 2020, sarei statai con te a spegnere le tue prime 100 candeline.
I primissimi ricordi che ho di te, quando ancora lavoravi alla Cassa di Risparmio, sono legati alla mancanza, totale o parziale, delle dita delle tue mani e dei tuoi piedi, perse tragicamente per i geloni in quel dannato inverno del ’41 in Albania.

Avevi un bel dire che eri stato fortunato, perché, certo, avevi subito diverse amputazioni, ma eri stato rimpatriato senza poter proseguire per la campagna di Russia, da cui, o non saresti tornato affatto, o saresti tornato intero, sì, ma morto stecchito. Io dovevo comunque esserne stata molto colpita, se, alle elementari, in ogni tema sulla mia famiglia, quando parlavo di te non mancavo di enucleare il numero esatto di falangi che ti erano rimaste attaccate. Altra cosa che non ho mai omesso di menzionare, nello svolgimento dei miei temi, è stata che tu, un Pasquale, eri andato a scovare una moglie chiamata niente meno che Pasquina; che quando la mamma mi obbligava a preparare i biglietti di auguri per le festività, in quelli di Pasqua destinati a voi, intorno ai miei disegni di uova sbilenche era tutto un proliferare di Q e di U, neanche facessi un esercizio di ortografia e di grammatica.
L’altro dolce pensiero della mia infanzia è stato per la tua mitica 850 grigio topo, che utilizzavi per andare a Lucca in Borgo Giannotti per comprare sementi e pulcini, oppure a Pescia il sabato mattina dove, scaricata la zia al mercato, ti recavi al Circolo degli Ex Combattenti, Invalidi, Mutilati, e Reduci di Guerra, di cui facevi orgogliosamente parte e del quale, a mano a mano che gli anni passavano ed i commilitoni morivano, andavi a ricoprire cariche sempre più prestigiose.
Ma che bella, la tua 850!
Quando andavamo dalla zia Paolina a prendere l’acqua del Rio di Faicchi, mi sembrava di essere su un’astronave, per quel rumore rimbombante dovuto, ho scoperto poi, al fatto che viaggiavi sempre in seconda o in terza, quasi che metter la quarta ti sembrasse osare troppo; e mi dava allegria quel tintinnio delle bottiglie in bauliera, che ad ogni curva “azzucchettavano”, ma anche il fruscio dei fogli di giornale che, per proteggerti dagli agenti atmosferici, portavi tra la pelle e gli indumenti; abitudine che non hai mai abbandonato, non solo quando lavoravi nei campi, ma anche nelle occasioni importanti, tanto che, non ricordo se nelle foto del matrimonio di Stefano o in quelle della laurea di Vittorio, io sono riuscita a leggerti la cronaca di Pescia in controluce attraverso la camicia bianca.
E quante belle sttimane estive ho passato da te, a gustare i manicaretti della zia che mi teneva all’ingrasso come i tuoi maiali ed intanto cercava, con scarso successo, di insegnarmi a fare le asole o a dare il bianco alle lenzuola. Quella volta, poi, avrò avuto 14 anni, che mi ero incaponita di ricostruire l’albero genealogico della nostra famiglia e tu avevi convinto il parroco a mettermi a disposizione i registri battesimali; ma non te l’eri sentita di lasciarmi sola con il sagrestano, quello con quegli occhi sgranati e tondi come chicchi di uva nera che continuava a ripetermi “Diotisalvi” e “Diotallevi”, e passasti con me un’intera domenica pomeriggio sonnecchiando in sagrestia appoggiato su quei libroni polverosi, mentre io infervorata annotavo diligentemente che in ogni generazione c’era stato un Giusti Paolo o un Giusti Sebastiano, e di Paolo in Paolo e di Sebastiano in Sebastiano ero risalita fino alla prima metà del ‘700, quando “a buio” arrivò la zia Pasquina inviperita col grembiule e le ciabatte a vedere che fine avevamo fatto e ad urlare che per colpa nostra il coniglio si era attaccato al tegame!
E quanti esami universitari ho preparato per gli appelli estivi camminando come una peripatetica tra il cortile, la cascina e la stalla, e declamando a voce alta articoli del codice di procedura penale di fronte alle vicine allibite che portavano anche la seggiola e si accomodavano nell’aia a sferruzzare, ad ascoltare le mie requisitorie, o a guardarmi arringare le galline.
Perché una cosa, zio, me la devi riconoscere: è vero, non sapevo distinguere un melo da un susino; non riuscivo a montare gli albumi a neve ferma o a fare un orlo decente; però ho sempre avuto l’incredibile potere di farmi amare da vecchie bisbetiche, cani ringhiosi e bimbetti cocciuti, e senza dover fare il minimo sforzo.
Vogliamo parlare della tua generosità, poi?
In verità, passavi per tirchio, per avaro; ma era solo la parsimonia di chi ha patito tanto e dà un immenso valore ad ogni cosa. Certo, non dimentico che casa tua era sempre in penombra perché quatto quatto te ne andavi di stanza in stanza a svitar lampadine… ma so anche che eri così prodigo con tutto il mondo, in tutte le sue forme!
Nutrivi generosamente di lupini le piante di agrumi, sceglievi il becchime migliore per i polli. Non ho memoria di limoni più rigogliosi dei tuoi, né di galletti più baldanzosi.
La tua vita da pensionato è stata tutto un coltivare, uno zappare, un concimare, ma solo per regalare.
Tutto quello spezzarsi la schiena – la terra è bassa, solevi ripetere – solo per donare.
E una volta, io lavoravo già, sei venuto spavaldamente in terza fino alla Banca Toscana di Marlia per portarmi due bellissimi mazzi di asparagi. Ma sei rimasto intrappolato nella bussola della banca, ha cominciato a suonare tutto, una voce metallica ripeteva ” prego, posizionare i piedi sull’impronta” e tu eri andato nel pallone perché tutti guardavano te e quegli asparagi ritti avvolti nel giornale, e la guardia giurata garfagnina, impietosa, ti urlò: ” O sonato! se ero ‘mbegille come te stavo a casa!”
A nulla è valso sbloccare la porta e correrti dietro… mi hai consegnato gli asparagi senza una parola e con un sorriso finto stampato sul volto te ne sei ripartito in seconda e non sei più venuto a trovarmi.
Caro, caro zio Pasquale, l’uomo più integerrimo che io abbia incontrato nel mio cammino, di un’onestà che rasentava l’assurdo, così solitario, così silenzioso, sempre in disparte. Uno degli ultimi vecchi patriarchi tutti d’un pezzo, anche se qualche piccolo pezzo di te era rimasto in Albania in quel gelido inverno del’41… Io lo so che mi hai sempre voluto bene, anche se non me l’hai mai detto, e mi hai fatto sentire un po’ figlia, tu che di figli non ne hai mai avuti.
Poi, improvvisamente, è arrivato l’Autunno del Patriarca; hai deciso che era il momento di andarsene, senza un vero motivo scatenante, senza una particolare malattia che segnalasse che era giunta la tua ora. Semplicemente, ti sei accorto che il tuo mondo non esisteva più. In pochissimo tempo erano mancati tua moglie, le tue sorelle, i tuoi cognati. E anche al Circolo erano alla fine morti tutti gli Ex Combattenti, tutti gli Invalidi, tutti i Mutilati e tutti i Reduci ed eri rimasto solo, tu Presidente, tu Segretario, tu Custode, tu Usciere. Ma continuavi ostinatamente ad aprire ogni sabato, fino a che le tue 850, le tue Panda, le tue Uno sono riuscite a condurtici sferrugginando a marce sempre più basse, e rimanevi ad aspettare non so chi, “perché non si sa mai, se qualcuno ha bisogno di me è brutto che trovino chiuso”, ogni sabato di ogni anno per 70 anni…
Beh, zio, 95 anni sono tanti, 95 anni di poche, argute parole ma di grandi fatti, hai giocato una bella partita, ma certo potevi fare uno sforzo e resisterne altri 5.
E in questi 5 anni di tempi supplementari io forse sarei riuscita a dirti ti voglio bene, perché anche io non te l’ho mai detto, io, pur così prodiga di parole, così totalmente diversa da te – se si eccettua forse che guido altrettanto male -, ed allora questo 15 febbraio 2020 non sarebbe una lezione di morte ma una meravigliosa lezione di vita.

In memoria di Pasquale Giusti
Veneri 15.02.1920 – Veneri 23.02.2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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