NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI

Sfido chiunque ad aver avuto una Notte Prima degli Esami memorabile coma la mia…
La data della vigilia del mio orale della maturità fu nientepopodimeno che l’11 luglio 1982, giorno della storica nostra vittoria ai mondiali di calcio.


Avevo guardato la finale a casa della Daniela, circondata da amici e compagni, seduta sul tappeto del salotto con la gamba sinistra allungata ed ingessata dal piede al ginocchio. Dopo la fine della partita, sul mio gesso, già molto malconcio, venne velocemente disegnata e colorata una grande bandiera italiana; fui quindi trasportata sul mitico Cinquino giallo del padre di Daniela, issata sul tettino aperto con un piede dentro e quello ingessato fuori, poi incaricata di sventolare la stampella a cui era stato legato un enorme tricolore. Il corteo sul lungomare, tra urla, canti, strepiti e clacson impazziti, si concluse con il tuffo collettivo nella vasca di Piazza Mazzini, a cui, a causa delle mie condizioni, non potei partecipare, se non limitandomi ad inzuppare nell’acqua le braccia nude e la gamba sana; riuscendo comunque a dare il colpo di grazia al gesso che era al limite della decomposizione ed a rovinare i miei shorts verdi a palloncino e le maniche a sbuffo della camicetta abbinata – uno di quei completini di noi ragazze dei primi anni’80, che ci facevano assomigliare a tante caramelle da scartare.
La notte dormii poco, per lo più me ne stetti chiusa in salotto ad ascoltare e riascoltare “Eye in the Sky”, il singolo di quel meraviglioso LP dall’inconfondibile copertina verde pistacchio, che aveva poche settimane di vita come il mio gesso, ma era altrettanto consumato.
Buffo: oggi mi è bastato riascoltare una canzone che mi sono trovata a ridare la maturità.
Avevo attraversato il periodo tra la fine della scuola e l’inizio degli scritti con un incidente di moto, un intervento chirurgico a Pisa, ed un’ingessatura. I miei compagni venivano a turno a trovarmi, per ripassare qualcosa o per ascoltare gli Alan Parsons Project, in genere la sera dopo cena. Io li accoglievo sdraiata sul divano del tinello, circondata da pile di libri ed allietata dal profumo inebriante del gelsomino della mamma, che le calde notti di giugno introducevano dalle finestre spalancate.
Insieme, però, entravano anche nugoli di zanzare, che la mamma si sforzava di combattere con quelle pasticchine azzurre dall’odore dolciastro posizionate su fornellini attaccati ad ogni presa.
Una sera, Massimo, il mio compagno di banco, animato dal sacro fuoco della disinfestazione, decise che preferiva fare piazza pulita delle zanzare piuttosto che ripassare il Foscolo.
Cominciò, insieme a mio fratello, a sterminarle schiacciandole con un battito di mani, per allinearle quindi in fila sul vocabolario d’italiano ed incaricandomi di contarle. Poi continuò dandomi palettate sulla gamba ingessata per ammazzare quelle che vi si posavano, infine ebbe la brillante idea di farmi collaborare schiacciando con il mio pedone quelle che incautamente si posavano sul muro. Il mio gesso, già deturpato dalle firme dei compagni, da qualche asse cartesiano ed un paio di formule matematiche, servendo anche da “brutta” per i nostri esercizi, si trovò così anche tutto schizzato di macchie di sangue.
La mamma aveva avuto un bel daffare per rendermi presentabile, la mattina dell’orale, e farmi apparire come una compita studentessa modello.
Indossavo una gonna a portafoglio azzurra come la maglia dell’Italia, impeccabilmente stirata, con lo spacco sovrapposto sulla sinistra, una camicetta di pizzo sangallo bianco ed una ballerina bianca. Mi aveva altresì obbligato a mortificare le mie lunghe e ribelli chiome con innumerevoli colpi di spazzola, ed a fermarle con un nastrino di raso azzurro come la gonna. Mi ero però rifiutata di staccare la bandiera dalla stampella, allora lei, dopo aver stirato anche il tricolore, me l’aveva avvolto ben bene intorno al bastone e fermato con un pezzo del raso dei capelli.
Poi mi aveva salutato commossa ed agitata, ed era andata in chiesa ad accendere una candela a Santa Rita, la protettrice degli studenti.
In aula, sotto la cattedra, mi avevano preparato un panchetto per la mia gamba. Ma come mi sedetti e la distesi, forse colpii, – o magari solo avvicinai in maniera sospetta,- i testicoli del Presidente della Commissione, Prof. Caiazza, membro esterno, che doveva interrogarmi a Storia, poiché lo stesso chiese al bidello di collocare piuttosto l’appoggio dalla mia parte, sul lato della gamba ingessata, fuori dalla sua cattedra ( e dai sui c……i, pensai io.

“…THAT’S HOW IT’S GOES/ ‘CAUSE PART OF ME KNOWS WHAT YOU’RE THINKIIIIIIING”- canticchiavo mentalmente.

E cosi sostenni l’orale di Storia con il lato destro impeccabile ed il sinistro devastato, a causa di quel mio gesso che, sul bordo del ginocchio sembrava mangiucchiato, anzi direi proprio biasciato, e per lo spacco della gonna che si apriva su quella gamba così allargata e che cercavo di ricomporre stringendolo convulsamente e sgualcendo una stiratura fatta d’ amore, lacrime, vapore e preghiere.
Quando mi trovai di fronte alla professoressa di inglese, però, avevo già rotto il ghiaccio, oltre ai coglioni al Presidente, e nel ballonzolare tranquillamente tra il primo romanticismo inglese e la Beat Generation americana, infarcii la mia dissertazione con frasi ad effetto, ovviamente memorizzate da Eye in the Sky, ad uso e consumo della donna allibita, che forse non aveva mai sentito nominare The Alan Parsons Project e che, colpita non so se dalla versatilità del mio gesso o dalla musicalità della mia pronuncia, decretò fortunatamente la fine dell’esame un secondo prima che cominciassi anche a cantare.

” DON’T TRY/ TURNING TABLES INSTEAD/ YOU’VE GOT LOT’S OF CHANCES BEFOOOORE….”

Come fui sollevata con la sedia e tutto dai compagni e portata in trionfo fuori dall’aula, mi affrettai a slegare tutti i nastri, liberai la criniera ed issai il tricolore bello stirato, accarezzando la mia indimenticata ed imputridita ingessatura, così ricca di trigonometria, di versi di canzoni e di versi del Manzoni, di autografi dei compagni, di amor patrio, di fede calcistica, della formazione di Bearzot e di cadaveri di zanzare.
Varcai la porta sventolando la bandiera e urlando “Matura!!! Sono matura!!!”
Il babbo, che mi aspettava nel corridoio, si limitò a guardare tutto il tafferuglio e pronunciò, come sempre, le parole che mi rivolge da sempre e per sempre:
“Mah! Cervello se ce n’è”

“I AM THE MAKER OF RULES/ DEALING WITH FOOOOOOLS”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



.

 

 

 

 

 

 

 

I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi: