FIRST DATE

FIRST DATE

“Are you allowed to date boys, yet? I am, but my mother is VERY particular about who the boy is.”
Hai il permesso di uscire con i ragazzi? MI scriveva una lontana cugina americana, mia coetanea, nel giugno 1978. Lei sì, poteva, anche se, verosimilmente, il malcapitato doveva prima passare sotto le grinfie della madre, notoriamente pisigna.


L’anno successivo, nella tarda primavera del ’79 – avevo poco più di 15 anni -, fui invitata al cinema da un ragazzo. Nonostante io abbia una memoria di ferro, non riesco proprio a ricordarne il nome. Alessandro. O Andrea. O Alberto. Cominciava con la A.
Aveva uno o due anni più di me e frequentava il mio stesso liceo. L’invito mi venne fatto una mattina a ricreazione, nel corridoio affollato, tra urla, schiamazzi e briciole di focaccia.
Non so perché fui io la prescelta, tra tante ragazzine tutte uguali, tutte vestite uguali. Forse fu attratto dal mio odore, che era identico al suo, quello di una crema per l’acne giovanile, che si chiamava Clearasil o Topexan, e che era stata mia fedele compagna nel biennio del liceo.
Accettai subito.
Quanto alle forche caudine dei miei genitori, il ragazzo, senza saperlo, le aveva già passate. Da due o tre anni, infatti, in estate lavorava come garzone di un fornaio, provvedendo a fare le consegne ai ristoranti. Una mattina, l’estate precedente, mentre ero nel cortile dietro il Margherita con mio padre, era arrivato A. guidando un Apetto Piaggio carico di ceste di pane. Ci eravamo salutati, e quando il babbo aveva saputo che era un compagno di liceo, probabilmente apprezzando il fatto che il tipo non era un fannullone e lavorava e studiava, aveva detto: “Mi auguro, quando sarai grande, che ti innamorerai di uno così”.
Mi preparai velocemente per l’appuntamento. Il mio guardaroba era formato da qualche paio di jeans, due kilt con relativo spillone per quando andavo in chiesa o dalla nonna, ed una bellissima gonna a ruota da indossare con le scarpe da tennis come Olivia Newton John in Grease. Scelsi, tra i jeans strettissimi che avevo, i più stretti di tutti, appena lavati, e mi ci volle del bello e del buono a chiudere la cerniera, distesa sul letto, non avendo la mamma a casa ad accostare i due lembi di stoffa mentre io l’allacciavo. Oggi mi chiedo come mai mi ostinavo, in quegli anni, ad indossare ogni mattina dei jeans che sembravano incollati alla pelle e per cui dovevo farmi aiutare!
L’appuntamento era alle 14.30 all’Orologio della Fiat, in passeggiata, e mentre ci andavo mille domande mi frullavano in testa. Sarà già lì? Verrà con l’Ape? Devo dire io Ciao per prima?
Sotto l’Orologio c’era un gruppetto di gente, ma non mi stupii, perché Viareggio la domenica si dava generalmente appuntamento lì. In realtà, però, mi accorsi che tutte quelle persone ERANO, IL MIO appuntamento. Alessandro, o Andrea, o Alberto, o come cavolo si chiamava, era venuto con uno zio e due cugini, uno di sette o otto anni, uno più grandicello. Ci dirigemmo lungo il viale affollato e secondo me sembravamo una tribù. Lo zio camminava e non toglieva dall’orecchio una radiolina con cui ascoltava la radiocronaca della domenica di campionato. Arrivati al cinema, lo zio prese i biglietti per tutti e ci spedì dentro, mentre lui andava sul molo ad ascoltarsi le partite. Quando la proiezione finì, lo trovammo esultante perché la Fiorentina aveva vinto, così ci comprò un bel gelato.
Ci incamminammo quindi di nuovo verso l’Orologio, dove io avevo parcheggiato il Ciao, tutti in parata, grandi e piccini, di varie altezze, sembravamo la Libecciata.
Alessandro, o Alberto, o Andrea, che aveva preso la radiolina dello zio, dopo aver almanaccato un po’ me l’accostò all’orecchio, in tempo per farmi sentire le ultime note di “Confusion”, quel lentone degli E.L.O. uscito da poco che già imperversava in tutte le festine. Non so se con ciò voleva alludere al nostro appuntamento così affollato, oppure aggiungervi un tocco di romanticismo con una canzone tanto melodica e sentimentale.
Quel gesto fu il nostro unico contatto, se di contatto si può parlare, visto che l’apparecchio nel mezzo impedì che lui con le dita mi sfiorasse i capelli.
E così, termino’ anche il mio primo appuntamento.

” When I date” – continuava mia cugina – I keep it VERY casuaI, I don’t even know if you could call it dating”
Beh, quanto ad appuntamenti poco impegnativi, io meritavo il podio!

“Quindici anni, quindici anni, quindici anni, poesia di un’età che non ritornaaa” cantava all’epoca non so chi in un testo melenso.
Meno male che non ritorna, io non li rivorrei, i miei quindici anni. Per me è stata un’età ingrata , non riuscivo a capire come comportarmi, quale fosse il mio posto nel mondo, mi sentivo sempre inadeguata. Il babbo mi raccomandava di essere sempre la prima a salutare, a dire buongiorno, a porgere la mano. La mamma, che io stessi composta, al mio posto, che non uscissi dalle righe. Io mi sentivo una puledra scalpitante chiusa in una gabbia da uccelli. A quindici anni il mondo è nero o bianco, le 50 sfumature di grigio con cui fai i conti da adulta, all’epoca creano solo incertezze. A quindici anni non siamo ancora sbozzati, nè di corpo né di carattere, non siamo né carne né pesce. Anche i lineamenti di Alessandro, o Andrea, o Alberto, non li ricordo mica, ricordo solo una massa di riccioli neri. Però ho stampata nella memoria l’immagine ben definita dello zio, che percorre a grandi falcate la Passeggiata con la radiolina all’orecchio e gesticola, impreca, fischia, si agita, calcia, batte un rigore e magari fa anche goal.

Voglio dedicare questo ricordo a mio nipote Marco, di anni 14 e mezzo, ed a tutti i suoi coetanei, cavalli imbrigliati, dei quali in questo lungo periodo di isolamento forzoso nessun media ha parlato, e ringraziarli per la loro coerenza, il loro naturale rispetto dei decreti senza pontificare, e per il buon esempio che mi hanno dato.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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